Uber e Unter

Un anno fa, mi ricorda Facebook, ironizzavo con il garbo e l’arguzia che mi contraddistinguono sulla barbarica accoglienza riservata a Uber dalla cricca dei tassisti romani, degni eredi della lunga tradizione oscurantista italiana che tanta gioia seppe portare a Giordano Bruno, Menocchio e molti altri pensatori più o meno liberi.

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Sono nato poeta.

Non mi è chiaro se i tassisti romani abbiano alla fine imbracciato le armi anche contro Fake Taxi o meno, tuttavia una cosa è lampante: il mondo va avanti e noi stiamo qui a litigare sul sesso degli angeli.

Uber ha a mio modo di vedere un problema di fondo, che è quello di affondare le proprie radici in un contesto se non illegale quantomeno ambiguo, ma al di là di considerazioni di merito sull’azienda va detta una cosa: contrariamente a quanto alcuni vorrebbero far credere, la faida tra l’azienda americana e gli emuli del compianto Albertone Sordi non è un’eroica resistenza di davidiana memoria, è solo l’ennesima declinazione della famigerata guerra tra poveri. Disciplina che frutterebbe all’Italia un Oro sicuro se diventasse olimpica.

Ieri pomeriggio, trovandomi a Pittsburgh per lavoro e avendo la necessità di raggiungere l’aeroporto, ho scelto Uber. L’ho fatto perché la tariffa preventivata era praticamente la metà di quanto pagato all’andata prendendo un taxi? Anche ma non solo. L’ho fatto perché chiamare un’auto usando un’app che permette di schedulare il pickup è infinitamente più comodo che telefonare a un gruppo di veterani ispanici incazzati per la scarsa tutela da parte del governo USA? Certo, anche questo ha aiutato. L’ho fatto perché sapevo che proprio a Pittsburgh Uber sta sperimentando le auto senza pilota? Chiaramente questa è stata una delle principali motivazioni, dato che sono un amante dell’automazione, ma c’è dell’altro.

La persona che ieri mi è venuta a prendere si chiama Dennis e ha 60 anni suonati. Sei mesi fa ha perso il suo lavoro di venditore di forniture edili a causa del fallimento dell’azienda per cui lavorava, e ha deciso che passare il tempo sul divano a deprimersi non faceva per lui: ha quindi deciso di rimboccarsi le maniche, di imparare a usare uno smartphone (o come dice lui un dumbphone, uno smartphone semplice per gente che non se ne intende) e di mettersi al volante. Il suo lavoro come Uber driver non è definitivo e non è un lavoro stabile, Dennis questo lo sa bene. Tuttavia, il fatto di garantirgli estrema flessibilità e di mettergli in tasca dei ricavi variabili (proporzionali al tempo dedicato a questa mansione) gli consente di ottimizzare i propri sforzi mentre cerca un lavoro “vero” cui dedicarsi da qui alla pensione: se questa settimana servono 50 dollari in più, Dennis si mette al volante; se invece occorre dedicare un’ora in più alla ricerca di lavoro (magari per un colloquio), Dennis non ha capi cui rendere conto e può evitare di prendere passeggeri.

Dennis è una delle tantissime persone nel mondo che arrotondano attraverso Uber: è un criminale? È giusto ostracizzare lui e quelli come lui per il fatto di essersi affacciati sull’arena competitiva in un momento storico in cui le barriere diventano meno elevate, la burocrazia si può in alcuni casi bypassare e le caste oligopolistiche iniziano a sfaldarsi? Per me no: vuol dire come ho detto farsi la guerra tra poveri, illudendosi di combattere il sistema. Come se poi combattere il sistema fosse utile, sensato o addirittura possibile: il mondo va avanti e noi possiamo (anzi, dobbiamo) decidere se rimanere ancorati ai paradigmi rugginosi del secolo scorso o se imparare a surfare sulle onde sempre più alte del progresso.

Alla fine della corsa ho lasciato una mancia a Dennis e un’ottima recensione: data la natura intrinsecamente sociale e competitiva della figura dell’Uber driver, Dennis ci mette impegno a fornire ai suoi passeggeri un servizio di qualità. Io, da utente, ci metto l’onestà intellettuale che è (o dovrebbe essere) alla base di servizi come Uber, come Tripadvisor, come Wikipedia se vogliamo: raccomandando Dennis come autista ci metto la faccia, in misura limitata ma ce la metto e ci guadagno in reputazione online. Ci guadagno perché mi comporto da buon cittadino digitale, e la cosa torna a vantaggio di tutti noi. Tranne dei tassisti romani: loro evidentemente sono contenti di vivere nel passato.

Ora per favore fate partire questa canzone, e andate a googlare i termini che non vi sono chiari di questo post (magari non tutti tutti se siete al lavoro).

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