Uncanny Valley: quando i robot diventano davvero spaventosi

Il rapporto tra l’Uomo e la macchina è curioso, ed è destinato a diventarlo sempre di più. Se da un lato i robot stanno diventando sempre più utili (in medicina, nelle situazioni d’emergenza, in fabbrica), dall’altro molte persone si pongono dei dubbi sul fatto che possano essere pericolosi: certamente vedere nell’automazione una minaccia letale è in parte dovuto al fatto che l’Uomo tende a proiettare all’esterno i propri impulsi distruttivi, però è innegabile che sia possibile sfruttare macchine sufficientemente sviluppate per fare una strage, specie adesso che i robot sanno anche aprirsi la porta da soli. Poi ci sono quelli che vorrebbero fermare l’avanzata degli automi a forza di tasse, ma su questo blog non parliamo di idiozia dunque faremo finta di niente.

Paura di Skynet e Luddismo 4.0 a parte, esiste un’altra motivazione che spinge molti di noi a rigettare i robot, o più precisamente a provare inquietudine in presenza di alcune entità più o meno umanoidi: si tratta dell’effetto Uncanny Valley, teorizzato dall’esperto di robotica giapponese Masahiro Mori nel 1970 e rappresentato schematicamente dal grafico qui riportato.

Fonte: wikipedia.org
Fonte: wikipedia.org

Più un oggetto è simile a noi, più cresce la sensazione di familiarità che proviamo nel vederlo, in particolare se è in grado di muoversi: un robot industriale ci ricorda poco noi stessi, dunque non ci fa grande effetto vederne uno, però quando muove quel braccio rigido e impacciato un po’ di tenerezza la proviamo. Ci immedesimiamo e gli attribuiamo un limitato grado di umanità. Poi, man mano che il robot inizia ad avere tratti più umanoidi ci sta sempre più simpatico: in virtù di questo loro essere affini ma non troppo, da anni alcuni robot vengono usati per interagire con bambini autistici perché sufficientemente familiari da sorpassare le loro barriere, ma non spaventosi e confusionari quanto una persona vera. In questa zona ci sono anche le bambole non troppo realistiche, i pelouche, i cartoni animati: lo stesso pattern si riscontra infatti nell’animazione, nei giocattoli, se vogliamo anche nelle persone stesse. C’è un trend crescente, l’Uomo apprezza l’altro Uomo in maniera proporzionale a quanto lo riconosca come suo simile.

Finché improvvisamente ci troviamo di fronte una cosa così:

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Mediamente, ovvero a meno di essere i creatori di questo incubo o degli spostati o entrambe le cose, l’affinità che proviamo cala a picco: siamo capitati nell’Uncanny Valley, quella regione del grafico in cui troviamo tutte quelle entità che assomigliano un po’ troppo a una persona per risultare simpatiche e goffe, e un po’ troppo poco per non sembrare le abominevoli creazioni di un folle dio alieno privo di ogni tipo di empatia (anzi, di ogni interesse) verso le sorti della razza umana.

Tutti noi conosciamo qualcuno che è terrorizzato dalle bambole di porcellana, giusto? Colpa dell’Uncanny Valley. E quella sensazione di disagio che ci provocano i morti viventi di The Walking Dead? In parte è dovuta al fatto che dopo otto stagioni è difficile mantenere alto il livello di una produzione, certo, ma in parte è perché siamo finiti nell’Uncanny Valley: noi inconsciamente sentiamo che un cadavere non dovrebbe muoversi, o meglio che ciò che si muove non dovrebbe essere tanto simile a un cadavere. Il nostro cervello vede qualcosa che istintivamente risulta sbagliato: forse è un manichino talmente realistico che sembra stia per muoversi da un momento all’altro, forse è qualcosa che dovrebbe stare fermo e invece si muove, in entrambi i casi la nostra risposta è quella dei momenti critici (Freeze, Flight, Fight o Film).

Poi le cose fortunatamente migliorano nuovamente: superata la Uncanny Valley entriamo nel territorio della computer grafica fatta talmente bene da sembrare reale, nel territorio delle persone diverse da noi ma che non identifichiamo come nemici a prima vista, dei replicanti di Blade Runner, di altri costrutti umanoidi che anziché inquietarci ci piacciono. A volte ad alcuni piacciono un po’ troppo ma non divaghiamo: il punto è che il grado di similitudine di un costrutto tecnologico rispetto a ciò che ci è familiare determina in maniera non lineare quanto ci sentiamo a nostro agio in sua presenza.

Le cause alla base di questo effetto non sono unanimemente accettate, ed esistono diverse teorie a riguardo. C’è chi ritiene che alla base del nostro rigetto per le entità che ricadono nella zona depressa del grafico ci sia un istinto che ci spinge a evitare ciò che può veicolare agenti patogeni: siamo maggiormente attenti ai difetti delle entità che sono più simili a noi, dunque qualcosa di molto simile a un essere umano che presenta però delle imperfezioni attiva nel nostro cervello una risposta d’emergenza che ci spinge ad allontanarci, poiché rileviamo difetti che associamo agli umani malati. Atri studiosi ritengono che una possibile causa sia la nostra ricerca continua di partner fertili: un costrutto umanoide che non è allo stesso tempo un potenziale partner è per noi una perdita di tempo, dunque il cervello ci dice di stare alla larga (sebbene la tecnologia stia superando questo limite). C’è poi chi individua la causa della nostra repulsione verso questi individui nella dissonanza tra gli stimoli che ci lanciano: avere certe caratteristiche umane e altre non-umane li rende un problema per la nostra mente, dato che non sappiamo come classificarli, non abbiamo una categoria mentale intermedia tra noi e il resto del mondo dove inserire quelle cose. Oppure, riflettono altri, siamo semplicemente avversi agli ibridi tout court: il motivo per cui molti robot ci inquietano sarebbe insomma lo stesso per cui diverse persone sono ostili alle persone transgender, che non sono a cavallo tra umano e non umano ma presentano comunque caratteristiche tipiche di due classi che nella nostra testa sono separate. C’è chi li accetta e chi non li accetta: la soggettività è un elemento importante da considerare nel leggere questo grafico, il quale vuole rappresentare una tendenza e non un riferimento puntuale.

C’è chi rigetta la teoria dell’Uncanny Valley come antiscientifica, chi ritiene trascuri troppa variabilità dovuta a fattori culturali e demografici per essere davvero utile a studiare il fenomeno, però rimane un fatto: al netto di come sia semplice trasformare qualsiasi cosa in un’arma, non sempre la nostra paura del diverso deriva da elementi razionali. Spesso siamo infatti semplicemente influenzati da meccanismi innati che forse andavano bene nell’Età del Bronzo ma che oggi ci impediscono di apprezzare fino in fondo i prodigi della tecnica, spingendoci invece a blaterale cose senza senso sulle imposte italiane.

Ora per favore fate partire questa canzone, e non dimenticatevi che nella sua dimora a R’lyeh il morto Cthulhu attende sognando.

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