Design Thinking: l’arte di vedere più in là del proprio naso

Alcuni giorni fa, perdendo tempo su Facebook (cazzeggiando, come direbbe Rudy Bandiera), mi sono imbattuto in un’interessante questione discussa all’interno di un gruppo di appassionati di giochi da tavolo: esistono boardgame adatti alle persone con disabilità visive?

La domanda non è banale: dovendo scegliere un gioco da far provare a una persona cieca o con gravi problemi di vista, come ci si potrebbe orientare? Le comunità e i siti specializzati in giochi da tavolo forniscono spesso classifiche per consigliare a utenti più o meno esperti dei giochi da provare, tuttavia il giudizio è molto spesso condizionato da parametri che per una persona non vedente sono certamente ininfluenti (ad esempio, banalmente, la qualità della grafica sul tabellone di gioco) mentre ne ignorano altri probabilmente fondamentali per chi ha un handicap visivo (un gioco di carte può essere bellissimo, però se va giocato a carte coperte e non c’è modo di distinguere le diverse carte con il tatto è per forza di cose da escludere).

I consigli da parte degli utenti del gruppo scarseggiavano e io (che sono un Ingegnere Biomedico e in quanto tale ritengo che il mio compito sia creare soluzioni per il wellness più che per la salute, nel senso che non mi voglio preoccupare di creare strumenti per curare chi ha una patologia ma piuttosto di far vivere generalmente bene tutti quanti), ho continuato a pensare all’argomento per un po’. Siccome sono una persona abbastanza creativa che per giunta di giochi ne ha provati, il mio primo istinto è stato quello di pensare tra me e me “E se lo creassi io, un gioco sufficientemente inclusivo da poter essere giocato anche dai non vedenti?

Devo essere onesto, non mi ci sono spremuto le meningi troppo a lungo né con troppa serietà, tuttavia il pensiero continuava a riproporsi come la più tenace delle peperonate. Di idee davvero buone però proprio non me ne venivano in mente, dunque ho alzato bandiera bianca. Dopo alcuni giorni, tuttavia, mi sono ricordato di una persona che seguo su Twitter da un po’, il signor Temple Smith. Temple ha perso la vista all’età di 46 anni, è un appassionato di giochi di ruolo, e dedica gran parte del suo tempo online ad aiutare altre persone con disabilità visive a giocare con consigli preziosi, sia rivolti a loro che a quanti vogliano includerli nei loro gruppi di gioco. Dal momento che esiste una certa affinità tra i giocatori di ruolo e i giocatori di giochi da tavolo (leggi: molti di noi fanno parte dei cosiddetti nerd) ho pensato che forse il buon vecchio Temple potesse avere un asso nella manica, qualche gioco esoterico e di nicchia da studiare per capire come qualcuno prima di me avesse risolto un problema che io ero evidentemente inadatto a risolvere.

La conversazione via Twitter con Temple è stata breve ma illuminante:

Risiko: il vecchio, banale, diffusissimo Risiko (seppure con una piccola modifica sul tabellone). Risiko ha tutto il necessario: pezzi distinguibili al tatto (ma che non impongono di essere mossi se li si tocca, come accade ad esempio negli scacchi), una dinamica semplice basata prevalentemente sul posizionamento, poche sorprese e pochi imprevisti. Basta un’app per simulare il lancio dei dadi e il gioco è fatto. Io stavo pensando a chissà quale incredibile sistema di gioco, e la soluzione era semplicemente Risiko. Per ironia della sorte, tra i due quello a vedere le cose con più chiarezza tra me e Temple non ero io.

La ragione per cui il mio goffo tentativo di immaginare una soluzione incredibile è impallidito di fronte alla semplice ma efficace soluzione di Temple è evidente: per sforzarmi di trovare qualcosa di innovativo non ho davvero pensato all’unica vera cosa importante quando si cerca una soluzione a un problema, ovvero le esigenze reali di chi il problema lo deve affrontare sul serio. Conoscendo molto da vicino la vita di una persona cieca (dato che fa parte della categoria), Temple Smith ha accesso a un elemento fondamentale che preso dall’entusiasmo mi sono dimenticato di considerare: una chiara comprensione del problema.

Chiaramente in ambito lavorativo il processo che avrei seguito sarebbe stato molto diverso, dato che so bene che la cosiddetta Voice of the Customer è alla base di ogni progetto di creazione di un servizio o prodotto (e in parte un processo simile l’ho seguito anche qui, dato che alla fine mi sono svegliato e ho chiesto consiglio a una persona non vedente), tuttavia l’insegnamento per me è chiaro: le informazioni vanno ottenute sempre per prima cosa, senza cadere nella falsa convinzione di conoscere i problemi. Si tratta solo di uno sforzo teorico o di un hobby? Nessuna differenza, occorre entrare nell’ordine delle idee per cui se si vuole aiutare qualcuno occorre mettere la persona al primo posto, lasciando da parte l’ego e le pulsioni creative dirompenti. Occorre un cambiamento a livello di paradigma, di schemi di pensiero.

Mi torna in mente il bel corso di Design Thinking che ho avuto la fortuna di seguire al MIB, un paio di giornate decisamente ben spese in cui il magnetico Ivan Ortenzi di Ars et Inventio si è prodigato per fornirci non tanto competenze tecniche, quanto piuttosto stimoli per ragionare in maniera differente.

Cos’è il Design Thinking (o Thinking Design)? Dando una visione riduttiva di una disciplina che è molto stimolante e ricca di ramificazioni, è un modello di gestione dell’innovazione e problem solving creativo basato sull’esecuzione di cinque fasi non lineari (nel senso che da ciascuna si può sempre tornare indietro alle precedenti in modo ricorsivo):

  1. Empatizzare con l’utente per capirne il punto di vista, la logica, il mondo.
  2. Definire il problema che vogliamo risolvere per l’utente stesso.
  3. Ideare una possibile soluzione che risolva il problema individuato.
  4. Prototipare e creare un mockup che spieghi all’utente la soluzione pensata con approccio show, don’t tell.
  5. Verificare se il prototipo soddisfa l’utente, raccogliere dei feedback ed eventualmente rivedere la soluzione.

Il Design Thinking è intrinsecamente umano-centrico, nel senso che parte con un momento di incontro, di dialogo, di scoperta e comprensione delle persone per le quali vogliamo innovare. Si tratta di un metodo di lavoro che parte con l’empatia, un processo fatto di dialogo, condivisione, gioco, tatto, sfida delle convenzioni, ridiscussione delle proprie idee e dei propri preconcetti. Un buon design thinker (o thinking designer? o thinkful designer?) non cerca di immedesimarsi nei panni di una persona cieca, cerca immediatamente di incontrarne una e scopre subito che il punto di partenza è Risiko. L’approccio umano-centrico del Design Thinking consente a chi vuole fare Product Management di disinnamorarsi delle proprie intuizioni e dei propri preconcetti, evita che le persone si leghino troppo alla prima idea nata (il famoso lampo di genio che è tale solo nelle nostre teste) e tiene sempre e comunque al centro dei ragionamenti le persone. E non è forse questo il modo migliore per aiutarle?

Ora per favore fate partire questa canzone, chiudete gli occhi e osservate.

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