Le 5P di Mintzberg – Episodio 1: Galeotta fu Lufthansa

Una delle cose più gratificanti di frequentare un Executive MBA è l’integrazione lenta ma costante di nuove opportunità di riflessione nella vita di tutti i giorni. Non c’è un momento epifanico, non ci si sveglia di colpo urlando “Eureka” e non ci sono lampadine che si accendono sopra le nostre teste: semplicemente nuovi strumenti di analisi del Mondo vengono ottenuti e subito applicati. Sarà che siamo più maturi rispetto agli anni dell’Università, sarà che un Executive richiede esperienza pregressa. Forse la differenza sta nel metodo di insegnamento, chi lo sa? Rimane che -almeno per quanto mi riguarda- il miglioramento è costante e continuo. Questo è un bene.

La (ri)apertura di questo blog è stata certamente influenzata dall’EMBA, e non solo perché ho avuto uno sprone di tipo pratico: il senso di questa pagina è stata da subito quella di proporre un personale punto di vista sul Mondo, dunque un percorso formativo come quello che sto affrontando ben si abbina a uno strumento come questo, incidendo appunto sul mio punto di vista. Inizialmente, quando viaggiavo anche più che adesso, l’idea era farne un blog di viaggi, e anche se poi ho capito che non serve uscire di casa per sputare sentenze la maggiore fonte di ispirazione per me è proprio il fatto di potermi spostare parecchio per lavoro. In particolare, il caso ha voluto che proprio mentre me ne stavo immerso nello studio necessario per affrontare il bellissimo corso di Controllo di Gestione (intrinsecamente legato a quello di Strategia Aziendale) mi trovassi preda di un lampante caso studio, rei -insospettabilmente- gli amici di Lufthansa.

Torniamo con la mente a domenica scorsa: dicembre è appena iniziato e ci troviamo a Francoforte, precisamente in aeroporto. Io provengo da Venezia (da cui sono partito in orario crudelmente antelucano) e sono diretto a Orlando: è uno scalo senza infamia e senza lode, giusto qualche ora di attesa che trascorro a vagabondare in un aeroporto non entusiasmante, schivando venditori di hot-dog e curiosando tra souvenir natalizi un po’ kitsch. Fuori nevica lievemente, quel tanto che basta per invogliare ad accendere il caminetto. Arriva l’orario di imbarco, procediamo ordinatamente a prendere posto sull’aereo: mi siedo più o meno comodamente accanto a un finestrino, già pregustando nove ore di film asiatici sottotitolati (quando volo non faccio altro: la mia cultura sul cinema giapponese cresce linearmente con le miglia premio che accumulo). Ci siamo tutti, boarding completed, si chiudono le porte: pronti a partire.

Passano cinque minuti; passano quindici minuti; passano trenta minuti: ancora non siamo partiti. Poco male: mi hanno portato dei mini-pretzel, e questo thriller su uno strangolatore a Tokyo non è niente male. Passano altri venti minuti. A bordo inizia a percepirsi un certo nervosismo: il personale ci informa che tra cinque, dieci minuti al massimo partiremo. I dieci minuti passano, solo che non sono dieci: sono quaranta. Il capitano fa un annuncio: a causa del maltempo (anche se fuori ha smesso di nevicare) subiremo un leggero ritardo. No shit, Sherlock! Passano altri quindici minuti: altro annuncio del capitano, tra poco ci siamo, si parte tra un attimo. Nel frattempo però passerà il carrellino del catering, così come gesto di gentilezza. Addento un orribile sandwich al tacchino pensando che la cosa sia un filino sospetta: perché portarci un palliativo di cena adesso se stiamo per partire? Non mi sbaglio, dato che dopo altri venti minuti il capitano torna a parlare: dobbiamo portare pazienza, tra poco arriverà del personale di terra a sbrinare le ali dell’aereo e finalmente partiremo. Passano così, tra un annuncio rassicurante e l’altro, cinque ore: dopo appunto cinque ore, il fantomatico personale di terra arriva e in meno di dieci minuti scongela il nostro povero aeroplano, che può dunque ripartire. Giusto il tempo di ripristinare le scorte alimentari, dato che nel frattempo abbiamo esaurito gli ottimi sandwich al tacchino. Nel frattempo ho fatto la bella foto che vedete lì sopra e ho visto non uno ma ben due film giapponesi: non vi svelo la trama, non si sa mai che questo Natale decidiate di viaggiare con Lufthansa.

Non mi voglio lamentare eccessivamente, anche perché i carissimi tedeschi già mi hanno fatto sapere che a loro avviso si tratta di un evento che non merita una compensazione essendo dovuto a fattori atmosferici: preferisco sfruttare questa occasione per dare il via a una nuova serie di articoli, nei quali proverò a rapportare a casi di vita quotidiana le 5P di Mintzberg, ovvero cinque possibili definizioni della Strategia Aziendale (o meglio, cinque componenti imprescindibilmente legate della Strategia stessa) individuate dal guru del management Henry Mintzberg, un uomo così rispettato nell’ambiente da potersi permettere di avere una sessione intitolata Beaver Sculptures nel proprio sito web senza timore di uscirne sminuito. E no, non scherzo.

Secondo Mintzberg, la Strategia può essere desritta nei seguenti modi:

  1. Plan: il punto di vista più intuitivo, la Strategia vista come un insieme di procedure, di piani appunto, che permettano di conseguire gli obiettivi nei tempi prefissati, con un uso razionale delle risorse e in maniera coordinata tra tutti gli attori del processo (ne parleremo nell’Episodio 2);
  2. Ploy: spesso “fusa” con Plan, di cui forse è un sottoinsieme. Si intende l’uso strategico di manovre che vadano direttamente a influenzare i competitor, una sorta di ampliamento del Plan che considera con maggiore attenzione il mondo esterno (questa la teniamo per l’Episodio 3);
  3. Pattern: le organizzazioni imparano (o dovrebbero imparare) e quello che in passato è stato un comportamento determinato da un Plan (e dalle innumerevoli variabili a contorno che ne hanno consentito o alterato l’esecuzione) diventa un Pattern, una metodica di esecuzione che è ormai propria del nostro agire strategico (cercheremo di parlarne nell’Episodio 4);
  4. Position: dove vogliamo che la nostra organizzazione si posizioni all’interno dell’arena, scelte strategiche che consentono di competere dove siamo forti e non dove verremmo schiacciati (ne parliamo nell’Episodio 5);
  5. Perspective: la cultura di un’organizzazione vista come elemento portante della sua Strategia, i valori visti come chiave di lettura delle scelte compiute (a questa prospettiva è dedicato l’ultimo capitolo, l’Episodio 6).

Come e perché Lufthansa mi ha ispirato nella scrittura di questa serie di post? Molto succintamente (dato che avremo modo di approfondire questi concetti nelle prossime settimane), a mio avviso quello che è successo è -molto in piccolo- la mancata traduzione di un Plan in dei Pattern, o per essere più precisi la mancata reazione tempestiva dei decisori a circostanze esterne: anticipando altri concetti propri del prolifico Mintzberg di cui parleremo la prossima volta, si sono persi per strada la Strategia Emergente. Ne parleremo.

Ora per favore fate partire questa canzone, e diffidate dai tedeschi volanti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...