Once were hackers – Episodio 1: Gli eroi più detestati del Web

Chi non è certo di nessun dato di fatto -diceva Ludwig Wittgensteinnon può neanche esser sicuro del senso delle sue parole“. E le parole possono fare danni molto gravi, come presumibilmente tutti abbiamo sperimentato almeno una volta nella vita. Nell’era dell’Internet per tutti si assiste a un vero e proprio stillicidio di idiozia, come spesso accade quando si offre libertà di parola indiscriminata: discipline come la medicina e l’astronomia vengono fraintese e distorte in modi a volte grotteschi e a volte ridicoli, e proliferano i sedicenti esperti che si riempiono la bocca di concetti che non padroneggiano. Concetti che non comprendono. Tra le tante manifestazioni di ignoranza che si trasformano in diffamazione, sono particolarmente infastidito da una che fa forse meno danni pratici di altre ma che getta fango su una categoria di persone brillanti: quella degli hacker.

Capita ogni settimana di sentire cose poco incoraggianti su di loro: hacker russi che hanno manipolato le elezioni USA, hacker cinesi che ti rubano i dati e ti chiedono di pagare un riscatto per riaverli, hacker nostrani che bucano il ridicolo “sistema operativo” del M5S. Per non parlare di Anonymous, il nemico invisibile e tentacolare di tutto ciò che è Sacro in Rete. Ci sono film e serie TV che si premurano di mostrarci le malefatte degli hacker, gente che a quanto pare è sempre vestita con giacche di pelle e che padroneggia il kung-fu, persone che vivono in piccoli appartamenti pieni di cartoni di pizza e hanno monitor su cui compaiono misteriose scritte verdi. Hanno solitamente pessime intenzioni, ti sanno spiare dalla webcam e passano la giornata a cercare di ribaltare governi. Ma siamo davvero sicuri che “hacker” sia sinonimo di “criminale”? La risposta è prevedibilmente “No“, altrimenti non avrei scritto questo ennesimo pippone.

Un hacker, contrariamente a quanto Studio Aperto sembra pensare, non è una persona con intenzioni negative che passa la giornata a escogitare nuovi modi per fregarti il PIN del bancomat: un hacker è una persona curiosa, che trova utilizzi innovativi per tecnologie esistenti e ne crea di altre, che studia e comprende le vulnerabilità di software e dispositivi.

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Essenzialmente, Angus MacGyver se avesse avuto un PC.

Esistono sicuramente persone che sfruttano tali doti per trarre profitto in maniera indebita: si parla in quel caso di cracker o di black hat, termine che indica hacker che agiscono a fin di male (usato in contrapposizione a white hat, che sono quelli buoni). Come tutte le divisioni in “bianco VS nero”, questa categorizzazione è evidentemente semplicistica: il mondo non è lineare come i bei romanzi fantasy di una volta in cui i cattivi erano tutti brutti e vestiti di nero e gli eroi erano giovani e belli, dunque è lecito aspettarsi che la maggior parte delle persone che si occupano di hacking in Rete sia caratterizzato da una qualche sfumatura di grigio. Tuttavia, è scorretto e anche un tantino ingrato usare il termine hacker per definire dei pericoli pubblici.

Esiste una vera e propria hacker culture con regole, usi e costumi ben chiari, e può essere scoperta dai più curiosi curiosando sul mitologico repository noto come Jargon File: sul Jargon File non si troverà alcuna traccia di malevolenza, al limite una certa dose di umorismo di difficile comprensione per chi non ha idea di cosa sia un compilatore. Gente strana ma non cattiva, insomma, presa di mira dai media semplicemente perché fa comodo inventarsi un nemico e dipingerlo in maniera semplicistica. Cosa hanno fatto gli hacker di buono per il mondo, e in cosa si stanno trasformando oggi? Proveremo a discuterne un po’ assieme nelle prossime puntate.

Ora per favore fate partire questa canzone, e correte a costruire un razzo usando utensili da cucina.

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