eSport: il mouse è la carabina del nuovo millennio

L’individuo che esulta nell’immagine in cima a questo post è Lee “Flash” Young-Ho, un atleta sudcoreano nato nel 1992 e ritiratosi nel 2015 dalle competizioni internazionali, dopo aver guadagnato qualcosa come $500.000 in otto anni. Flash è recentemente tornato sulle scene e probabilmente per farlo ha ripreso lo stile di vita estenuante che è tipico di chi compete a livello agonistico: i professionisti nel settore in cui Flash si guadagna da vivere si allenano in Corea anche dieci ore al giorno, non hanno ferie e non hanno tempo per avere una vita sentimentale. Vivono una vita rigorosamente cadenzata: si tratta di un prerequisito essenziale per diventare un progamer, ovvero un giocatore professionista di videogames. Perché è questo il lavoro di Flash: come tanti altri ragazzi in giro per il mondo, lui gioca a livello professionale a Starcraft. Strano ma vero: esiste una Corea in cui gli attacchi nucleari vengono diretti verso gli Zerg anziché essere usati come deterrente in politica estera, e la cosa è molto più redditizia.

Quando un videogioco inizia a essere giocato a livello professionale si inizia a parlare di eSport, una realtà poco conosciuta in Italia ma che muove molti soldi nel mondo, e con la quale è possibile che presto diventeremo tutti più familiari guardando le Olimpiadi. Se ne parla in verità da almeno un paio d’anni, tuttavia è recente l’ufficializzazione della notizia: il CIO è aperto alla possibilità di includere nel novero delle discipline olimpiche gli eSport (purché vengano regolamentati). Questo ha generato un certo scompiglio nel nostro Paese ben poco avvezzo alle tecnologie digitali, in particolare consentendo alla stampa (che non brilla per precisione e trasparenza quando tratta argomenti tecnici) di dare il via libera alle bocche di fuoco dell’indignazione tradizionalista tramite un grosso fraintendimento: tutti si scagliano contro questa decisione poco lungimirante e apocalittica di mettere sullo stesso piano i cari sport sani di una volta con queste orribili pratiche onanistiche moderne. Peccato che il CIO non abbia mai parlato di videogiochi, bensì di eSport competitivi. E le due cose sono molto differenti.

A parte questo, no cari amici: nessuno vi toglierà il piacere di giocare la schedina obbligandovi invece a passare la domenica a guardare maratone di Ms. Pac-Man sul divano, e nessuno obbligherà i vostri figli a passare il pomeriggio di fronte a un computer anziché uscire a giocare al campetto del paese. Nessuno obbligherà il piccolo Nathan Falco e la piccola Soleluna a diventare campioni coreani di Dota, potranno continuare a essere gli adorabili pargoli vegan-gluten-free-novax del vostro cuore e a frequentare il corso di yoga che li (?) diverte così tanto. I ragazzini italiani potranno continuare a trovare un loro equilibrio tra attività sportive e videoludiche come fanno da oltre trent’anni a questa parte, con buona pace dei bacchettoni che vedono con disgusto noi depravati del joypad. Cosa cambierà, se questa decisione del CIO si rivelerà definitiva? Si tratterà semplicemente e pragmaticamente di un modo per riportare ossigeno a una manifestazione splendidamente decadente, ovvero le Olimpiadi: le Olimpiadi non sono più quello che erano un tempo, sono in crisi. Sono in crisi perché costano molto e non rendono abbastanza, sono in crisi perché fanno meno ascolti di un tempo, sono in crisi perché una volta passate non lasciano benefici duraturi. E allora se pensiamo che si tratta della stessa manifestazione che include tra le sue discipline il dressage (ovvero il famigerato “balletto dei cavalli“), e se riflettiamo sul fatto che tra quelle considerate per la prossima edizione ci sono gli scacchi, il bridge, il frisbee e il tiro alla fune, occorre probabilmente sospendere per un momento i giudizi di valore sull’opportunità di considerare gli eSport delle discipline sportive (o esprimere giudizi informati, cosa sempre auspicabile) e provare a considerare la situazione nel suo insieme. Anche perché se i giornali sono preda di una certa confusione lo stesso non si può dire di altri media, che hanno fiutato l’affare e iniziano a considerare le opportunità in termini di profitto. E il profitto è possibile, e sarebbe da stolti non rendersene conto.

Gli scacchi sono uno sport? Sì e no, non sono uno sport del fisico ma sono uno sport della mente, tanto quanto alcuni eSport; eppure il CIO li riconosce come disciplina e nessuno si lamenta. Il dressage è uno sport? Probabilmente per il cavallo lo è ma per il fantino non molto, il fantino farebbe forse più fatica a fare questo; eppure il dressage è alle Olimpiadi e tutti applaudono. Il tiro a segno è uno sport? Se la nostra definizione di sport è qualcosa che implica sudore, diete ferree, integratori e un filino di sostanze dopanti allora credo proprio di no; eppure tutti siamo contenti quando l’Italia porta a casa una medaglia in quella disciplina fatta di calcoli mentali, pazienza, tempismo, precisione e allenamento costante. Che sono poi le caratteristiche necessarie anche per eccellere a Starcraft. È probabilissimo che il mouse sia in effetti la carabina del futuro, o la canna da pesca del futuro se preferite: è lo strumento usato per divertirsi in una competizione sana quanto le altre, con lati positivi e negativi differenti rispetto ad altre, che rifiutare a priori solo perché portata avanti con strumenti diversi da quelli cui siamo abituati sarebbe -in mancanza di termini migliori- ottuso. E allora ben venga la decisione del CIO, che non fa del male a nessuno ma potrebbe fare bene ad alcuni. Se non altro offrendo a tutti l’occasione di dimostrare apertura mentale.

Ora per favore fate partire questa canzone, e correte ad allenarvi. Quei Protoss non si sconfiggeranno da soli.

4 Comments

  1. Questo post mi ha fatto venire in mente questo libro http://www.anobii.com/books/Giustizia/9788807104541/0184375ecac5d6eeaf
    A grandi linee perchè è passato davvero tanto uno degli esempi trattati è quello del gioco del golf se non sbaglio il dilemma sta nell’aprire o meno le gare competitive anche per i portatori di handicap che non potrebbero portarsi da se il carrellino (a casa vado a rileggerlo, non riesco proprio a ricordare).

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    1. Qui esiste in verità un problema serio legato al fatto che si tratta di software proprietari che girano su server proprietari, dunque sarebbe intrinsecamente difficile rendere la questione trasparente. E poi le tempistiche del mondo videoludico si sposano male con quelle delle Olimpiadi: in quattro anni cambia tutto nel settore eSports.

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