Nintendo e io: alla ricerca del tempo perduto

Come moltissimi miei coetanei io sono un videogiocatore, e penso che la nostra sia una razza meno diffusa di quanto si pensi. Sì, è vero che quasi tutti hanno costantemente per le mani uno smartphone su cui molto probabilmente è installata una qualche app scacciapensieri, tipo Candy Crush o Quello dell’omino che corre o Quello dell’omino che corre ancora più veloce, però io parlo di attività che richiedono più dedizione, più concentrazione, possibilmente un divano e già che ci siamo magari anche un amico o due. Amici, avete presenti? Quelli che non necessariamente coincidono con la masnada con cui interagite quotidianamente via Social Network ma dei quali ricordate la data di nascita senza bisogno di un promemoria da parte di Zuckerberg.

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Gente con cui passare pomeriggi diversi da questo, diciamo.

Il mio rapporto con i videogames iniziò tanti anni fa, talmente tanti che non mi è facile ricordare un first impact: la prima console che ebbi per le mani fu sicuramente il mitico Nintendo Entertainment System (NES), e altrettanto sicuramente la prima volta che la accesi fu dopo avervi inserito la altrettanto mitica cartuccia contenente Super Mario Bros. e Duck Hunt. Fu prima o dopo aver scoperto Tetris sul vetusto, gloriosissimo PC Olvietti che mi piombò in casa ai tempi dell’asilo? Difficile stabilirlo ma sicuramente fu antecedente al mio primo virus informatico, preso diversi anni dopo attraverso gli otto floppy disk su cui qualcuno mi aveva passato una copia di Doom. Nel frattempo, diversa acqua era già passata sotto i ponti: innumerevoli imprecazioni cercando di disinnescare mine nel fiume Hudson in Teenage Mutant Ninja Turtles, grandissime partite a Street Fighter II sul cabinato installato nel ristorante dei genitori di un amico. Poco prima di beccarmi il virus a causa di quel rapporto non protetto, arrivò in casa mia una seconda console targata Nintendo, il grandioso Super Nintendo (SNES): ricordo ancora la mattina di Natale passata a saltare sulla testa di tartarughe multicolore in Super Mario World e a scazzottare gente vestita da clown in Batman Returns.

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E non solo da clown.

Poi iniziò l’era della Playstation, che per me è essenzialmente sinonimo di Final Fantasy VII e VIII, Resident Evil 2 e Tekken 3, nonché di ISS Pro: è un miracolo che io abbia finito le superiori senza mai una bocciatura, dato che ho passato più pomeriggi a imparare le combo di Jin Kazama di quanti ne abbia mai passati a studiare. Che dire? Sono sempre stato bravo a ottimizzare gli sforzi. Nel profondo, però, ero e rimango un nintendiano: è vero, in questo momento una PS4 siede accanto al televisore nel mio piccolo appartamento, però il mio cuore rimane nel Regno dei Funghi e a oggi ritengo che il più significativo evento della mia vita adulta sia rappresentato dalla maratona di Super Mario Bros Wii durata nove ore e mezza svoltasi un dicembre di alcuni anni fa, assieme ad altre persone che sono entrate con me quella notte nel pantheon dei Veri Nerd. Gente con dei solidi princìpi: sempre finire ciò che si è iniziato, specie se si tratta di salvare una principessa.

Proprio la mia appartenenza al nintendismo mi rende straordinariamente felice per la rinascita delle vecchie console, quelle della mia infanzia: si tratta di un’iniziativa nata poco meno di un anno fa con il lancio sul mercato del Nintendo Classic Mini, una versione miniaturizzata e aggiornata del gloriosissimo NES dei tempi che furono. Si tratta in verità di un emulatore, e a dirla tutta è qualcosa che con un buon Rasperry Pi e una certa apertura mentale uno può costruirsi da solo con risultati forse anche migliori: è una console che non offre certamente lo stato dell’arte in quanto a prestazioni grafiche, connettività o innovazione delle meccaniche di gioco. Molto probabilmente si tratta per molti dei giovani d’oggi di giochi antiquati, difficili da giocare, con poco appeal. Tuttavia, nei suoi primi due mesi di vita a fine 2016 ne sono state vendute qualcosa come 1.5 milioni di unità, un successo grandioso che (sebbene non sia sicuramente comparabile ad esempio alle performance del primo anno di vendite della PS4) rafforza la tesi per cui cavalcare l’effetto nostalgia paghi bene. Davvero molto bene, se si considera come attualmente siano in vendita su Amazon alcuni dei rari esemplari del piccolo NES a circa 230 euro, dunque con un ricarico notevolissimo rispetto al prezzo di lancio di circa 60 euro. Quello del valore del mercato della nostalgia è un concetto ben chiaro a Nintendo, che ha appena compiuto il secondo passo lungo la strada della rivitalizzazione delle antiche console con il clamoroso SNES Mini, anch’esso esaurito immediatamente dopo il lancio di qualche settimana fa, e anch’esso dotato di una libreria di giochi emulati di tutto rispetto: una sicura hit destinata a prendere pochissima polvere sugli scaffali, e a fare molto felici gli azionisti dell’azienda nipponica.

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E a fare felicissimo anche me se ci metto le mani sopra.

Certo, Nintendo non punta tutto sulla nostalgia e sul retrogaming, e alle mini console per chi rivanga volentieri il passato ha affiancato un prodotto nuovo, Switch. Tuttavia il fenomeno esiste, ed è molto, molto più ampio, che può piacere e non piacere e che ha implicazioni tanto positive quanto negative: giorno dopo giorno, mese dopo mese, vediamo sempre più revival, remake, tributi, sequel. Non è un caso se una delle serie TV più seguite e più apprezzate del 2016 sia stata Stranger Things, così come non è un caso che il remake di IT sia il film horror con i più alti incassi di sempre. E non sono un caso Blade Runner 2049, i nuovi Star Wars, le altre console tirate fuori dal cassetto dall’età della pietra informatica (vi dirà qualcosa la parola “Commodore). Non sarebbe ora di concederci anche qualche reale innovazione? Si può vivere riscaldando perennemente la stessa minestra, riproponendo sempre le stesse storie, gli stessi personaggi (magari aggiornati per rispettare la sensibilità moderna), gli stessi mondi? Voglio dire, quanti reboot di Spiderman ci sono stati al cinema negli ultimi 15 anni? Tre? Sarebbe ora di finirla, no? Eppure non finirà: l’anno prossimo esce un nuovo Predator, e io sono già in fila per comprare i biglietti.

La verità è che noi degli anni ’80 (e a questo punto dei primi anni ’90) siamo cresciuti, ed è il nostro turno per di essere nostalgici: i bambini con i quali sgomitavamo in sala giochi per inserire un gettone nel coin-op di Mortal Kombat ora sono attori, registi, scrittori, sviluppatori, produttori. E noi siamo a nostra volta diventati persone dotate di un potere d’acquisto decisamente maggiore rispetto un tempo, siamo irrimediabilmente attaccati al nostro passato (come lo sono stati i nostri genitori prima di noi, e i nostri nonni prima di loro) e siamo convinti che anche se gli anni della nostra infanzia non torneranno più sia nostro preciso dovere farli rivivere ogni qualvolta ci si presenti l’occasione.

In fondo, è un modo per non invecchiare. O forse è proprio il sintomo che stiamo invecchiando? Sono domande impegnative: io preferisco non rispondere, e se mi riesce fare una partita a Super Mario. O magari tornare nel fiume Hudson a disinnescare quelle stramaledette mine. Come disse un giorno qualcuno, “Everyday the future looks a little bit darker. But the past, even the grimy parts of it, well, it just keeps on getting brighter all the time“.

Ora per favore fate partire questa canzone, e fatevi prendere da un impulso di acquisto compulsivo. Si vive una volta sola, a meno di essere personaggi di un videogame.

 

 

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