La morte in diretta: pornografia o occasione mancata?

Ha avuto grande risonanza -comprensibilmente- un recente fatto di cronaca accaduto a Rimini: un ragazzo di ventiquattro anni si è schiantato in scooter su un albero e (purtroppo per lui e per i suoi cari) ha poco dopo lasciato questo mondo. Succede molto spesso e di per sé non sarebbe una notizia da prima pagina, però questa volta c’è stato un elemento curioso e un po’ disturbante a renderla degna di nota: un altro ragazzo, di poco più grande, ha ripreso con il suo smartphone e condiviso in diretta Facebook l’agonia della vittima. “Chi mi segue chiami aiuto“, chiosava il videomaker amatoriale. Accidenti, non ha potuto fare niente. Se solo avesse avuto in mano uno strumento in grado di fare telefonate per chiamare i soccorsi!

Sarebbe molto facile denunciare l’idiozia del mancato soccorritore, come molti fanno: sarebbe facile e probabilmente sbagliato, perché non tutti hanno le stesse reazioni di fronte alle situazioni di pericolo e finché uno non si trova nella stessa situazione non può giudicare. Di fronte alle situazioni di stress estremo, fin dall’età della pietra il nostro cervello può reagire essenzialmente in tre modi, riassumibili con le 3F, ovvero Freeze (resti di stucco), Flight (ti dai alla fuga), Fight (diventi Steven Seagal). L’Uomo però, bontà sua, è in continua evoluzione anche se tristemente molti non se ne rendono conto, dunque negli ultimi anni si è inventato un quarto tipo di reazione: Film, ovvero l’istinto insopprimibile di alcuni di estrarre il proprio coltellino svizzero multimediale dalla tasca (o semplicemente di direzionarlo verso la situazione insolita, dato che in molti l’abbiamo sempre in mano) e riprendere l’accaduto, per poi condividerlo con più persone possibile via Internet.

Perché la prima cosa che salta per la testa a una persona in un momento del genere è fare un video? Si tratta da una domanda da un milione di dollari, dunque ovviamente non ho la risposta (altrimenti non sarei qui, sarei probabilmente in vacanza in Islanda). Mi vengono in mente però alcune ipotesi, e non tutte portano necessariamente a ritenere la persona che a Rimini ha omesso di prestare soccorso un mostro.

  1. Salvaguardia del branco: vogliamo che i nostri simili sappiano che c’è una situazione di pericolo, dunque facciamo in modo di dare l’allarme avvertendo il maggior numero di persone in un colpo solo. Il nostro cervello associa “Facebook” a “Tutti“, dunque per noi postare un video è l’equivalente dei segnali d’allarme dei suricati. Un’ipotesi in fondo confortante, che ci ricorda che alla fine della fiera scimmie eravamo e scimmie restiamo.
  2. Pornografia: alcuni di noi sono morbosamente attratti da cose come la morte e il grottesco, e stare a guardare è più appagante che interrompere: qualcuno salverà quella persona (il ragazzo che ha ripreso il video si giustifica dicendo che un altro aveva chiamato un’ambulanza, non si capisce se prima o dopo l’inizio delle sue riprese), nel mentre io mi godo lo spettacolo. Disumano? No, umanissimo purtroppo. Basti pensare all’esistenza degli snuff movie.
  3. Estraniazione dalla realtà: se osservo una scena attraverso uno schermo in un certo senso smette di essere lì di fronte ai miei occhi, posso fingere non stia accadendo “a me” (o a qualcuno che è a un metro da me). Una variante a limitato consumo di calorie dell’ancestrale risposta Flight, insomma.
  4. Fraintendimento dei mezzi di comunicazione: diffondo il video in diretta su Facebook perché credo genuinamente sia il modo più rapido per raggiungere qualcuno in grado di risolvere la situazione. Chi mi segue chiami aiuto“, perché io non ho idea di cosa fare, non so come gestire la situazione, e mi affido all’onnipresente e onnipotente Oracolo del Nuovo Millennio perché mi tolga dai guai portando il mio messaggio a qualcuno, qualcuno che soccorra la persona che sta morendo davanti a me. Questa è la mia ipotesi preferita, perché permette di ragionare ancora un po’ sull’argomento.

Molti di noi, forse i più fantasiosi o i più paranoidi (o magari i più lungimiranti?), lamentano un eccessivo controllo da parte dei soliti “Loro” non ben specificati tramite social network. La cosa ha risvolti decisamente comici, dal momento che quelli che se ne preoccupano ne parlano sui social network stessi, però si tratta di una visione condivisa da tante persone, forse per semplice ignoranza dell’effettivo funzionamento di quegli strumenti così trasversali e così onnipresenti nelle nostre vite. È sicuramente vero che Internet è un calderone in cui vengono raccolti moltissimi dati su ciascuno di noi ogni giorno, è chiaro che sia così e onestamente sarebbe un peccato non fosse così: sarà un po’ bizzarro, però è estremamente comodo essere conosciuti così bene da Amazon o da Google, perché consente di essere serviti in maniera quasi ottimale. Amazon e Google ci guadagnano? Buon per loro, ci guadagno anche io in un certo senso.

Per fortuna però noi non siamo controllati come alcuni pensano: se davvero lo fossimo, se ci monitorassero in diretta, sempre e comunque, in tutto e per tutto, la vita sarebbe decisamente più simile al troppo citato e troppo poco letto 1984 del buon Orwell. Però a pensarci bene, se davvero fossimo monitorati come credono i soliti amici complottisti, forse il ragazzo con lo scooter si sarebbe salvato. Se davvero Facebook fosse quello che alcuni credono, allora filmare una situazione di pericolo consentirebbe davvero un intervento ben più rapido rispetto a quello che otteniamo telefonando al 112 (vi auguro di non doverlo fare ma se vi capita di farlo capirete che tipo di latenza ci sia: uno fa in tempo a morire tre volte). Si tratta probabilmente di qualcosa che a livello tecnico siamo pronti o quasi pronti a fare: esistono algoritmi di riconoscimento molto sofisticati (anche troppo), esistono mezzi di primo soccorso che non temono gli ingorghi stradali, esistono tecnologie in grado di preservare la vittima finché non arrivano soccorsi più efficaci. Basterebbe mettere in cascata questi sistemi, col piccolo cavillo di rinunciare alla nostra privacy, e vivremmo in un mondo in cui davvero basterebbe fotografare un incidente stradale per far arrivare i soccorsi: è una direzione verso cui siamo disposti a dirigerci?

Probabilmente la risposta a questa domanda sarà un secco “No” almeno per un’altra generazione, poi le cose potrebbero cambiare. Quando a prendere le decisioni saranno quelli cresciuti in un mondo in cui è normalissimo diffondere la propria pornografia amatoriale via Whatsapp, i figli dei primi esemplari che mostrano la risposta Film di fronte alle situazioni di emergenza, probabilmente la risposta sarà differente. Fino ad allora però, se vedete un incidente stradale cercate di usare la testa.

Ora per favore fate partire questa canzone, e continuate a osservare il mondo dalla sicurezza del vostro salotto.

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