Windows Phone: ci mancherà

“Hanno ammazzato Windows Phone, Windows Phone è vivo!”

Così canterebbe Francesco De Gregori se fosse totalmente fuori di testa nonché curiosamente appassionato di telefonia e sistemi operativi. Fortunatamente per noi, De Gregori si guarda bene dal fare una cosa del genere; sfortunatamente per noi, Windows Phone è realmente arrivato al capolinea. È recente infatti la notizia per cui Microsoft ha deciso di fermare il supporto al proprio sistema operativo mobile, notizia annunciata via Twitter da Joe Belfiore, uno dei pezzi grossi di Microsoft che ne ha poco cerimoniosamente decretato l’eutanasia.

La notizia non coglie in verità i più attenti troppo di sorpresa, dal momento che recentemente Microsoft aveva già “aperto” ad altri sviluppatori con progetti come il porting di Edge su Android e iOS. Inoltre, la quota di mercato di Windows Phone non è mai stata entusiasmante, cosa dovuta tanto a una certa autoreferenzialità che a parere mio a una sostanziale povertà in termini di branding: il posizionamento di Windows Phone è sempre stato un po’ desolante, insomma, sito in una terra di nessuno dove appunto non c’era (quasi) nessuno disposto a comprarlo. Pur non essendo mai stato un utente Windows Phone e dunque non struggendomi particolarmente, non credo che questa sia una buona notizia: paradossalmente, non lo credo per gli stessi motivi per cui una quindicina di anni fa abbandonai per qualche anno il mondo Windows.

Il mio rapporto con Microsoft è da sempre ambiguo: ho una profonda stima per Bill Gates e per alcuni dei suoi collaboratori ma sono stato per anni socio della Free Software Foundationdevo all’esistenza di Windows un notevole ammontare di ore investite in gioventù a combattere l’Orda e a schivare le bombe atomiche lanciate da Gandhi, però sono arrivato più volte molto vicino a tirare una martellata al portatile per quegli aggiornamenti automatici non richiesti che intimano minacciosamente di “Non spegnere il computer” alle 18 in punto quando è ora di lasciare l’ufficio; ho odiato le prime versioni di Windows Media Player con tutto me stesso ma ho pianto quando hanno smesso di distribuire Campo Minato. E così via.

Windows non è figo, diciamocelo: non è un sistema operativo da architetti e da designer, al massimo è buono per creare fogli Excel. Sfoderare un portatile su cui gira Windows 10 in un caffè alla moda non vi farà sentire scrittori in erba, e nessuno vi definirà un visionario, un creativo o un’altra di quelle cose che sono solitamente esclusiva della gente che usa Apple. Prima o poi vi imbatterete in un Blue Screen of Death, se usate un sistema Microsoft, e subito da dietro l’angolo sbucherà un tizio in maglietta di quelli che ricompilano il kernel Linux ogni due settimane a deridervi e sbeffeggiarvi: Windows non va bene nemmeno per gli smanettoni. Non è figo, dunque, e non è nemmeno anti-figo: è grigio.

Eppure Windows è da decenni uno standard de facto: il buon Gates ha passato gran parte degli ultimi trent’anni a perseguire una vision ben chiara, straordinariamente unificante per quanto forse un po’ noiosa.

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Questa.

Perché dico che è roba noiosa? Perché parla di standardizzazione, e gli standard sono noiosi. Sì, ci permettono di fare un sacco di belle cose come interoperare, comunicare facilmente, ridurre N problemi specifici a k<N problemi generici. Permettono insomma di semplificare la vita a sistemisti, programmatori, utenti: in sostanza, a tutti. Però volete mettere il brivido pionieristico della scoperta, dell’invenzione, della personalizzazione dell’esperienza? Non c’è paragone, per quelli che hanno un approccio creativo ai problemi e che magari hanno coltivato da sempre la passione per la tecnologia. Probabilmente, in gioventù Windows smise di attirarmi non tanto per questioni tecniche, quanto piuttosto per quello che rappresentava: Windows era lo status quo, e rinunciarvi passando di conseguenza delle ore a cercare di far funzionare un modulo wifi ribelle su GNU/Linux mi sembrava un gran bel compromesso, dato che mi inseriva nel novero di quelli che sì, imprecano davanti al PC tanto quanto gli utenti “normali” se non di più, però imprecano per un motivo più nobile. Windows era quello che tutti usavano, era un’imposizione dettata dall’architettura di processori più diffusa, era quello che ti appioppavano ovunque. Cibo precotto, insomma, che mi sembrava indigesto perché tutti lo digerivano fin troppo bene.

Ci sarebbe molto da dire su come Gates e soci abbiano raggiunto negli anni ’80 e ’90 la propria posizione di predominio nel mondo dei sistemi operativi: sono ben noti ad esempio a chi ha la memoria non troppo corta i disguidi legali dovuti all’orribile Internet Explorer (responsabile della morte prematura del glorioso Netscape), ma risalendo lungo la cascata del tempo si possono scoprire o ricordare eventi ancora più cruciali: di fatto, Microsoft Windows è diventato ciò che è principalmente a causa di decisioni discutibili da parte di IBM, una storia relativamente avvincente che molti hanno raccontato in maniera sicuramente migliore di quanto potrei fare io (ne parla ad esempio un capitolo di questo bel libro). Tuttavia, il punto qui non è se sia giusto o sbagliato il dominio di Microsoft nei sistemi operativi desktop: il punto è che in ambito mobile con la fine di Windows Phone se ne va un necessario terzo incomodo nel duopolio rappresentato da Android e iOS. Questo non farà bene a nessuno, sia perché priverà i rari outsider di un sistema operativo dove andare a rifugiarsi che (molto più pragmaticamente) perché l’innovazione si nutre essenzialmente di due aspetti che richiedono pluralità di attori: sinergia e rivalità.

Il modo in cui la sinergia aiuta a innovare è intuitivo: come mi disse tempo fa un esperto di Open Innovation, non potrai mai pensare che tutte le persone sveglie là fuori lavorino per te. Troverai sempre una killer application sviluppata da qualcuno che non lavora nella tua azienda, e ridurre il numero di player sul mercato riduce la possibilità che questo accada: più aziende sono attive sul mercato più è plausibile che il nostro whole product sia davvero whole, dato che più persone diverse potranno partecipare alla sua costruzione e tutti ne beneficeranno. Per quanto riguarda la rivalità, credo si tratti di un concetto ancora più intuitivo: per quanto non ci faccia piacere avere dei competitor, ci fa bene averne. Le aziende che hanno il sostanziale monopolio su un mercato si ritrovano a sviluppare prodotti approssimativi, subottimali, economici. Si ritrovano essenzialmente a sviluppare il Windows 95 della propria categoria: Windows 95 fu un successo, ma questo avvenne perché era un buon sistema operativo o perché mancavano le alternative? Considerando che si tratta dell’ambiente che ha reso popolare nel mondo la combinazione Ctrl+Alt+Canc, probabilmente ha inciso di più il secondo aspetto.

Questo è a mio avviso il motivo per cui Windows Phone ci mancherà: certo, Microsoft non è priva di assi nella manica e non stupirebbe veder rinascere un progetto mobile in tempi non eccessivi, però nel mentre noi tutti abbiamo un’opzione in meno, e questo non è stimolante. Nell’attesa che qualcosa accada non resta molto da fare se non aderire una volta di più allo status quo, scegliere tra il bianco e il nero, sperando che la prossima alternativa che arriverà sul mercato sia un po’ meno grigia rispetto a quella che ci è stata portata via.

Ora per favore fate partire questa canzone, e lasciate vagabondare la ragione (senza soluzione).

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