Il Like diventò l’unità monetaria – Parte 2: Internet non dorme mai

Ci siamo lasciati la volta scorsa con un interrogativo: è davvero possibile per noi come collettivo di persone “perdere” reputazione per strada? La risposta per quanto mi riguarda è no, anche se ammetto che la domanda fosse posta in maniera volontariamente ambigua (avrò ora la reputazione di essere ambiguo: c’est la vie).

Per capire che intendo, permettetemi di citare uno dei personaggi più grottescamente incompresi della storia del cinema americano, idolatrato da molti fin dagli anni ’80 in maniera pericolosa: si tratta di Gordon Gekko, magnetico speculatore immobiliare e corporate raider con una passione malsana per l’insider trading, interpretato magistralmente da Michael Douglas nel film cult del 1987 “Wall Street” (e in un sequel deludentissimo del 2010 che tutti d’ora in avanti eviteremo di menzionare per sempre). Gekko è un personaggio meraviglioso, un villain vero e proprio cui Douglas ha dato vita in modo così convincente da dover poi ribadire per anni che si trattava solo di un ruolo, che lui non si chiamava Gordon. Gekko è disonesto, senza pietà, scaltro e brillante: sforna per due ore di film frasi clamorose che racchiudono il cuore fondente dell’arrivismo incravattato del mondo finanziario di trent’anni fa (e forse non solo di trent’anni fa), producendo massime come “se vuoi un amico prenditi un cane“, “il pranzo è per chi non ha niente da fare“, e soprattutto la celeberrima “l’avidità è giusta“.

So bene che non è come Gekko che noi vogliamo diventare, che non è così che ci si muove eticamente nel mondo del lavoro, però permettetemi di citare un’altra delle sue massime: “Il denaro di per sé non si crea né si distrugge. Semplicemente si trasferisce da una intuizione ad un’altra, magicamente”.

ggekko
Sul serio, guardate questo film se ancora non l’avete fatto.

Cosa vuol dire che il denaro non si crea né si distrugge? Semplicemente quello che tutti comprendiamo in modo intuitivo: se io pago una multa di 1000€ per aver vilipeso la bandiera, lo Stato incassa 1000€. Quei soldi finiscono poi nella busta paga di un dipendente pubblico, il quale essendo magari molto appassionato di ciambelle biologiche viene a comprarle proprio nel mio negozio (“Smarturo’s Do’s and Don(ut)’s“). Se il dipendente pubblico ha deciso di farla finita in un’orgia di carboidrati e lipidi può essere che compri un quantitativo di ciambelle smodato, magari proprio per un totale di 1000€: ecco che sarò magicamente rientrato in possesso dei miei soldi. Il segreto dunque è fare ciambelle talmente buone da potersi permettere di vilipendere qualsiasi bandiera? Forse. Ma non divaghiamo e veniamo al punto di questa riflessione: il denaro non scompare, semplicemente si trasferisce. A questa considerazione io aggiungo che la reputazione è esattamente come il denaro, non può mai essere persa ma viene semplicemente trasferita da un attore a un altro. Inizio a pubblicare sui Social dei contenuti molto interessanti sulla filologia romanza? La mia reputazione tra gli appassionati della materia crescerà. Smetto di pubblicarne, o peggio inizio a postare solo deliranti profezie apocalittiche sull’imminente arrivo sulla Terra del Super Führer Atomico da Alpha Centauri? Molto, molto probabilmente la mia reputazione in quanto esperto di filologia romanza diminuirà drasticamente (anche se magari aumenterà tra gli spostati) e perderò i miei affezionati lettori. E dove se ne andranno quei lettori?

Per capire dove se ne andranno, riprendiamo la definizione dei ragazzi di Netpropaganda citata nello scorso post: noi tutti stiamo in rete “per cazzeggiare. Pensate si tratti di un istinto che si possa fermare di fronte a un inconveniente da poco, tipo l’aver scoperto che il nostro esperto di filologia romanza preferito sia impazzito? A mio avviso no: tutti abbiamo un bisogno insopprimibile di distrazioni, se non troviamo quello che cerchiamo dove credevamo di trovarlo ci limiteremo a cercarlo altrove, probabilmente andando alla ricerca di una fonte che ha reputazione altrettanto o più elevata di quella originale. Ritengo davvero improbabile che un utente che abbia deciso di destinare cinque minuti del proprio tempo allo svago online decida di passare invece quei cinque minuti a compilare il proprio modello 730 solo perché la pagina che di solito frequenta è offline, o perché il suo blogger preferito ha iniziato a delirare, o perché hanno chiuso il gruppo Facebook da cui prende tutti quei meme simpaticissimi che gira poi a gente cui non frega nulla via Whatsapp. L’utente cercherà semplicemente un’altra pagina, un altro blogger, un altro gruppo pieno di contenuti ammorbanti. E sapete cosa farà quando avrà trovato quello che cerca? Lascerà un like, condividerà un contenuto, parlerà agli altri soci del Circolo della Ciambella Biologica di quel nuovo, fantastico gruppo Facebook che pubblica un sacco di fotomontaggi divertenti sugli immigrati e sulla Boldrini. Per ogni like che prendo io, un mio omologo (competitor?) ne perderà uno: dato un certo lasso di tempo che l’utenza trascorre online quello della reputazione è grosso modo un gioco a somma zero. A meno chiaramente che tutti smettano di colpo di produrre contenuti interessanti: in quel caso probabilmente l’asteroide che dicevamo nella primissimo paragrafo di questa serie di post ha sul serio colpito la Terra. Succede.

Asteroidi a parte, a mio avviso la reputazione che accumuliamo complessivamente come agglomerato umano ogni giorno non cresce né cala: semplicemente la reputazione si trasferisce verso chi ne sa accumulare di più. E se noi volessimo provare a fare un po’ gli speculatori nel campo della reputazione, giocando le nostre carte per accelerare il processo di accumulo della reputazione online senza limitarci a produrre buoni contenuti? Se volessimo insomma prendere delle scorciatoie? Proviamo a parlarne nella prossima puntata.

Ora per favore fate partire questa canzone, e state lontani dall’insider trading. Se proprio avete bisogno di cambiare qualcosa nella vostra vita, piuttosto prendetevi un cane.

5 Comments

  1. Domanda (ma magari anticipo l’argomento o mi son persa per strada ma ho parecchio rumore in sottofondo): mettiamo che io abbia perso il mio passatempo preferito e userò quindi quei 5 min. per cercare altri sfoghi al mio cazzeggio. Sicuramente li trovo ma magari non altrettanto interessante quindi il mio cazzeggio verrà diluito tra più fornitori. Se questo dovesse valere a livello globale avremmo una reputazione dispersa tra una miriade di soggetti con solo pochi che ne hanno dei picchi? Giusto? Abbastanza simile a quello che accade alla ricchezza?
    E cmq ricorda che a causa tua ora c’è qualcuna che ha voglia di ciambelle….

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  2. Credo proprio tu abbia ragione: la mia idea è che in un determinato lasso di tempo la totalità delle persone connesse produca grossomodo un “flusso di like” costante. Se ci sono più enti che la intercettano questa si suddividerà, e se alcuni di questi enti smettono di essere attivi gli altri in grado di attirare le persone che attiravano loro si arricchiranno. Come dire: da quando hanno chiuso la birreria X e sono rimaste aperti solo il pub Y e il jazz bar Z, questi hanno avuto un incremento si clienti. Il pub ha birre migliori del jazz bar, quindi chi andava in birreria per le birre tende ad andare al pub, dunque questo ha un picco.
    Poi magari mi smentiranno i baristi.

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  3. Sì, se per Like si intende un generico riscontro positivo. Il già citato Bandiera nel suo ultimo libro “Condivide et Impera” propone un metodo di stima dell’efficacia dei contenuti postati sui vari social che ad esempio su Facebook prevede l’assegnazione di 1 punto ai Like, 3 ai commenti e 5 alle condivisioni (vado a memoria). Questo consente di calcolare un punteggio pesato di apprezzamento dei contenuti: chi posta più contenuti ad alto punteggio attira nuova utenza, perché sui social più un contenuto è premiato dall’utenza più viene messo in evidenza dunque tocca anche utenti che ancora non ci seguivano. Poi sono ragionamenti che fanno quelli come lui che sono autentici maestri del Web, si tratta di una persona che ha molte competenze e metodo e soprattutto che ci lavora.

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