Economia Circolare: questione di principio

Il termine Economia Circolare (Circular Economy) venne coniato nella seconda metà degli anni ’70 nella vecchia Europa, ma solo recentemente è diventato trendydunque se ne fa un gran parlare: si tratta di un concetto piuttosto ampio, che racchiude vari paradigmi per lo sviluppo di sistemi economici sostenibili. La riflessione alla base dell’Economia Circolare, quella da cui trae nome e ispirazione, è presto detta: la Natura “vive” e consuma risorse in modo circolare, l’Uomo in maniera lineare.

La Natura funziona così: il suolo nutre il melo, il melo germoglia e fruttifica, il verme mangia la mela, il pettirosso mangia il verme, qualcuno prima o poi uccide il pettirosso che finisce per diventare concime, il concime nutre una pianta che darà un frutto, e così via fino alla fine del nostro pianeta. Avete afferrato l’idea: è come una Fiera dell’Est senza intervento divino, un circolo che non è virtuoso né vizioso ma semplicemente funzionale. L’Uomo agisce invece in maniera decisamente diversa: noi raccogliamo quello che vogliamo raccogliere, uccidiamo ciò che vogliamo uccidere, produciamo una mole di rifiuti non indifferente che nella gran parte dei casi non sono di grande aiuto alle piante, possibilmente mangiamo sia la mela che il pettirosso. E anche il verme: sono pur sempre proteine. Siamo usciti dal loop insomma, abbiamo adottato uno stile di vita decisamente improntato allo spreco e sul breve periodo -diciamocelo- ci va benissimo così. Non siate ipocriti: il vostro smartphone e il mio sono l’output di un sistema produttivo che se ne frega del melo e dei pettirossi. Empiricamente, tuttavia, ci rendiamo tutti conto che questa situazione non può durare per sempre: ecco il motivo che ha spinto diverse persone a interrogarsi sull’opportunità di tornare sui nostri passi, con iniziative come il riciclo, l’architettura eco-sostenibile e -appunto- l’Economia Circolare.

Ricade nella flessibile categoria dei sistemi di Economia Circolare una qualsiasi struttura tesa a ricondurre i cicli produttivi umani a modelli che richiamino quelli naturali, quelli cioè in cui si ottimizza l’impiego delle risorse per evitare sprechi, e anzi per riusare qualsiasi sottoprodotto o avanzo. Una definizione simile, generica ma abbastanza chiara, si presta a fungere da spunto per numerose implementazioni pratiche: di fatto, forme ridotte di Economia Circolare vengono adottate da numerosi enti e aziende nel mondo, magari con un nome diverso. Un esempio recente è quello di Electrolux, azienda che dedica parecchie risorse al cosiddetto sustainable cooking. Oppure si può guardare ai numerosi casi studio elencati sul sito The Blue Economy, punto d’incontro per gli esponenti della scuola di pensiero dell’Economia Blu, fondata dall’economista belga Gunter Pauli e dedicata al raggiungimento di una società a zero emissioni. Ma siamo davvero sicuri che sia possibile azzerare totalmente le emissioni? Lasciamo fermentare questa domanda per un po’ e torniamo alla teoria di base: i paradigmi dell’Economia Circolare sono accomunati secondo gli esperti della Ellen MacArthur Foundation da 1 concetto di base, 3 princìpi fondamentali, 5 caratteristiche chiave.

Il concetto di base dell’Economia Circolare, il suo goal, è la costruzione di un sistema scalabile che si auto-alimenti e che si rigeneri, nel quale a prodotti, componenti e materiali siano attribuiti il massimo valore e la massima utilità in ogni istante: in pratica nessuno scarto, massimo grado di retroazione, riuso totale delle risorse. Impegnativo, eh?

I princìpi che stanno alla base dell’Economia Circolare, quelli che dovrebbero consentire il raggiungimento di un sistema come quello appena descritto, sono questi:

  1. Preservare e rinvigorire il patrimonio naturale, limitando l’uso delle risorse che non possono essere ripristinate e ottimizzando i flussi ciclici che consentono a quelle rinnovabili di -appunto- rinnovarsi;
  2. Ottimizzare l’impiego di queste risorse, progettando il sistema per il riuso di componenti che sono a loro volta pensati per essere riusabili;
  3. Migliorare costantemente l’efficacia del sistema, ottimizzando i processi troppo dispendiosi e limitando al massimo i danni all’ambiente.

Per quanto riguarda le caratteristiche progettuali di un buon sistema di Economia Circolare, la Ellen MacArthur Foundation inquadra cinque aspetti irrinunciabili:

  1. Progettare secondo linee di design che non contemplino rifiuti: i materiali biologici verranno riciclati, quelli tecnici (termine che nell’Economia Circolare indica elementi polimerici e/o in lega metallica) devono essere riutilizzati e non buttati;
  2. Progettare sistemi che siano flessibili, modulari, resilienti, efficienti, facendo della diversificazione una forza;
  3. Privilegiare l’uso di fonti energetiche rinnovabili;
  4. Progettare in ottica sistemica, pensando non solo al singolo componente ma anche all’impatto che esso può avere sull’ambiente e sul processo in cui è inserito;
  5. Progettare sistemi a cascata: quelli a valle devono poter accettare come fonte di alimentazione gli scarti di quelli a monte.

Insomma, fin qui sembrerebbe tutto non solo buono ma addirittura ottimo: sono linee guida nelle quali tutti possiamo facilmente trovare numerosi lati positivi, dato che prospettano sistemi ottimizzati per funzionare bene e funzionare a lungo, componenti che “dialogano” tra loro senza generare rifiuti, una riduzione radicale degli sprechi e un generale rispetto dell’ambiente (dunque di noi che ne facciamo parte). Ci sono parecchie scuole di pensiero derivate che traggono spunto da queste indicazioni di base, ben descritte sul solito sito della MacArthur. Il problema è che come molte cose nate negli anni ’70 (ma anche negli anni ’80, negli anni ’60, nel XIV secolo, nel 199X, in generale in qualsiasi altro momento della nostra Storia) la teoria della Economia Circolare è a forte rischio di corruzione umana, e per ogni imprenditore o scienziato virtuoso che realizza qualcosa di buono c’è almeno un opportunista pronto a distorcerne le finalità e le modalità. In questo caso io vedo essenzialmente due grandi pericoli in agguato: l’estremismo dei teoreti e l’entusiasmo dei mistici.

Con estremismo dei teoreti intendo la tendenza di alcuni pensatori a strafare, senza tenere conto dei vincoli imposti dalla pratica: fin dai suoi albori, l’Economia Circolare è stata campo di gioco di quanti ritenevano si dovesse partire subito con un all in, spingendo sull’acceleratore per dare il via alla mitica rivoluzione ambientale che avrebbe salvato il mondo. Il tutto senza rendersi conto, ad esempio, di aver trascurato un problema che tanto trascurabile non è, ovvero l’onnipotente dio Denaro: c’è chi fortunatamente ne parla, rendendosi conto di non poter prescindere dalla componente monetaria quando si parla di Economia (tautologico ma non ovvio); molti però sembrano credere che si possa compiere un’opera di monumentale riscrittura dello status quo senza toccare il portafogli delle persone, e questo è indice di uno scarso contatto con la realtà. L’entusiasmo dei mistici, ben peggiore perché fondato sulle inaffondabili palafitte dell’ignoranza, si palesa giorno dopo giorno nelle tante, troppe sparate pseudo-scientifiche di quanti succhiano il sangue della sensibilità comune per proporre come panacee ambientali curiosi rituali magici, motori a controllo psichico, generatori di energia infinita, e altre amenità più o meno degradanti da ascoltare per chiunque abbia prestato attenzione durante le lezioni di Fisica alle scuole superiori. L’Economia Circolare rischia di diventare l’ennesimo terreno di caccia dei più spietati tra i ciarlatani.

Una linea di pensiero variegata e priva di confini netti com’è quella che ha dato il via all’Economia Circolare si presta purtroppo alle fantasiose interpretazioni di quanti si vogliano improvvisare tuttologi e salvatori del mondo: il mondo non si salva così facilmente, anche perché -rispondendo a una domanda lasciata a fermentare qualche riga- più su le emissioni molto difficilmente si azzereranno, l’efficienza dei motori non sarà mai del 100% (dunque ci saranno sempre sprechi, quantomeno in termini energetici) e soprattutto l’Uomo resterà sempre nel suo intimo la creatura che ha deciso di prendere la strada lineare abbandonando l’approccio ciclico. Lo abbiamo abbandonato moltissimi anni fa, difficilmente potremo fare marcia indietro in un lasso di tempo breve.

Che dire? Il mondo è pieno di persone di tutti i tipi: ci sono quelli che hanno le idee e le lasciano in un cassetto, quelli che prendono le idee degli altri e ci costruiscono sopra magnifiche realtà, quelli che invece le deformano fino a renderle irriconoscibili. Qui c’è una bella idea di base tutta da concretizzare (una volta ripulita dagli aspetti meno realistici). La strada però è tanta: ce la facciamo? Lo vogliamo fare? Ha senso farlo? Vedremo.

Ora per favore fate partire questa canzone, e anziché cercare di progettare una fonte energetica illimitata provate semplicemente a non buttare la carta nel bidone della plastica. Sarebbe già un inizio.

 

2 Comments

  1. Caro Arturo è sempre un piacere leggerti e scoprire i voli che riesci fare e a far fare ai tuoi lettori. L’argomento che poni è tanto interessante quanto ampio e meritevole di approfondimento nelle sue diverse componenti; tu ne individui alcune quali l’incessante ricerca di efficienza e l’inelluttabile desiderio di crescita (nel senso di crescita del consumo di risorse) dell’Essere Umano.
    Ora mi piacerebbe mettere sul tavolo un altro paio di argomenti da snocciolare: uno molto amato da voi ingegneri è legato ai principi della termodinamica che se applicati ad un sistema chiuso (quale è il pianeta Terra) ti possono dare una chiave di lettura del perchè qualcuno ha cominciato a parlare di economica del riuso. Il secondo è legato al primo e alla crescita esponenziale della popolazione umana che usa, trasforma e getta quanto più ritiene utile (a se).
    Da qui potremmo poi parlare della distanza tra l’economia classica (che crea i propri modelli fregandosene bellamente dei principi della termodinamica) e l’economia ecologica o ancora della presunzione che il presupposto di crescita infinita (economia classica) sia oggettivamente inconciliabile con la possibilità di essere in 9 miliardi sullo stesso pianeta “finito” (nel senso contrario di infinito) e con il desiderio crescente di pari opportunità di consumo. Insomma ci serve un altro pianeta visto che di questo consumiamo le risorse in 8 mesi ogni anno.
    Per cui non si tratta di scegliere se questa sia o no una bella idea ma di prevedere quanto manca prima che la strada da dritta diventi in verticale… in giù!
    Ma per questo ci serve anche un sacco di tempo che potremmo in effetti ritagliarci intanto noi tra un free cash flow to the firm e il calcolo del wacc.
    Ovviamente comodamente seduti su una poltrona di bio design in materiale riciclato e con in mano un bicchiere per brindare a chi la carta la lascia cadere dal finestrino in autostrada perchè tanto …lo fanno tutti

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