Italia.it: il portale che ci meritiamo?

L’Italia è il Paese che amo. Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Ciò nonostante, l’Italia è a volte teatro di episodi tanto grotteschi e mesti da gettarmi in una condizione a metà strada tra disperazione e incredulità, condizione che battezzo ora col neologismo incredulisperazione. Abbiamo già parlato di come la nostra classe dirigente (cartina tornasole del popolo) sia inadeguata a stare sui Social e abbiamo anche visto cosa succede a provare a digitalizzare l’Italia senza sapere da che parte cominciare. Abbiamo appurato che (sebbene stiamo lentamente migliorando) il nostro livello di affinità col mondo digitale è a oggi sotto la media rispetto al resto dell’Unione Europea. Tuttavia, sarebbe errato non guardare al passato con lo stesso sguardo critico di quando guardiamo al presente, specie avendo a disposizione delle storie che sono talmente emblematiche di un problema da rappresentare casi studio da manuale: è con l’intento di risalire ai primordi dei nostri attuali guai che ho il (dis)piacere di parlare di una storia che inizia addirittura nel 2004, la storia del portale turistico italia.it, autentico pozzo senza fondo di soldi pubblici.

Quanto costa fare un sito web? Come mi insegnò al Liceo il mio professore di matematica, e come mi sono sentito diverse volte ripetere negli anni a seguire, la migliore risposta a domande di questo tipo è “dipende“: dipende in questo caso da molti fattori, tra cui i costi di sviluppo (per i quali vige il solito dilemma make or buy), i costi di hosting, i costi di manutenzione, i costi per il dominio. A voler fare le cose per bene ci saranno poi costi dovuti a SEO, SEA, SMO, insomma quelli relativi a dare al nostro sito un’adeguata promozione sui motori di ricerca al fine di aumentare il traffico. Proviamo a riassumere così: l’investimento adeguato per un sito web dipende dal costo per metterlo online, da quanto lavoro scegliamo di dare in outsourcing, dallo stato dell’arte cui si vuole tendere, dal costo delle attività di marketing correlate e soprattutto dal ritorno che ci aspettiamo di avere. In altre parole, se mi accontento di una paginetta minimale come la mia e non ho alcuna pretesa di farci soldi o generare grande traffico, allora pagherò solo per l’hosting e il dominio: con 50 euro l’anno me la posso cavare. Se invece voglio creare un sito web per una startup (magari nel campo della pizza), allora mi tocca investire un capitale decisamente più consistente: diciamo che sempre partendo da WordPress potrei spendere qualsiasi cifra tra i 150 e i 5000 euro. Chiaramente dovendo sviluppare il sito da zero i costi salirebbero, però è evidente come non ci si possa discostare di troppo, pena una totale perdita di convenienza.

E se io ora vi dicessi che il Governo Italiano nel 2004 ha destinato 45 milioni di euro alla creazione di un portale turistico? E se aggiungessi che un rapido check sul sito dell’Istat ci dice che quei 45 milioni di tredici anni fa valevano più o meno quanto 54 milioni di oggi, ovvero oltre diecimila volte un prezzo accettabile per la creazione di una pagina con annessi e connessi? Signori, benvenuti nel magico mondo dell’incredulisperazione (anzi, della #incredulisperazione, con l’hashtag che piace ai giovani). Si tratta di un confronto che va preso con le pinze, dato che il costo dei siti web una volta era proporzionalmente maggiore ed essendo logico aspettarsi che un portale istituzionale venga creato con tutti i crismi (dunque a un prezzo premium), però rimane una cifra sbalorditiva quella che venne stanziata ai tempi dal governo Berlusconi III per dare il via alla realizzazione del famigerato portale italia.it. Purtroppo fu solo l’inizio: negli anni i milioni divennero 58, poi 68 e così via. Non calcolo la spesa totale attualizzata a oggi non per assenza di dati, ma perché non ne ho il coraggio. In tutto questo, la classica beffa che va a braccetto col danno: il portale per il quale tanti fondi venivano man mano bruciati risultò da subito essere tutt’altro che eccellente. Frutto di scelte progettuali infelicemente rétro, italia.it incontrò fin dal momento del lancio (nel 2007, ben tre anni dopo l’inizio di questa agonia) lo sgomento da parte degli addetti ai lavori: il denaro pubblico era stato investito in un prodotto antiquato, funestato da bug e da scarsa accessibilità, talmente minimale che ai tempi un blogger lo replicò a costo zero in poche ore per dimostrare quanto quei soldi fossero stati mal spesi.

ItaliaItWiki
Le fonti riportate dalla pagina Wikipedia dedicata al portale sono il miglior resoconto possibile: si parla di “fischi”, “strafalcioni”, “scandalo”, “spreco”.

Italia.it è un trogolo bipartisan, nel quale faccendieri di vari schieramenti hanno pasteggiato per quasi quindici anni sperperando denaro in un progetto fallimentare. È il simbolo del “made in Italian Republic” digitale: per un Paese che dovrebbe avere velleità di meta turistica d’eccellenza, avere un buon portale destinato appunto al turismo avrebbe rappresentato un passo fondamentale. Se fatto bene, sarebbe stato un fiore all’occhiello in grado di incuriosire, attirare, coccolare i turisti fin dai primi attimi del loro customer journey: purtroppo, a una buona idea ha fatto seguito una realizzazione caotica, pressapochista, segnata da paradigmi di design antiquati. Oggi finalmente italia.it sembra avere raggiunto un equilibrio, ma quanti like e quante condivisioni servono per rientrare di un investimento multimilionario come questo? Difficile rispondere ma è facile intuire che si tratterebbe di un numero molto, molto alto. Forse troppo alto.

Il portale esiste e resiste, dicevamo, ma le sue prestazioni (che si possono vedere ad esempio su alexa.com) non sono certo da urlo: i dati nel momento in cui scrivo ci dicono che anche nel caso in cui l’abbiate visitato è probabile ve ne siate andati subito. Il sito è al numero 1.345 della classifica dei più visitati nel nostro Paese e al numero 47.307 nel Mondo, e ha un bounce rate del 53% (la percentuale di utenti che visitano una sola pagina e poi se ne vanno). Altra performance che non è in linea con la velleità promozionale della pagina: i visitatori arrivano nel 73,8% dei casi dall’Italia stessa.

alexa_abstract
Fonte: http://alexa.com

La storia di questa spesa curiosamente sovradimensionata a fronte dei risultati ci dice a mio avviso che Rousseau non è nato dal nulla, che l’analfabetismo digitale non è un caso, che la questione Gogol non fu un episodio isolato: fa tutto parte della stessa intricata, triste matassa fatta di scarsa competenza, propensione allo spreco, mancanza di trasparenza. A costo di essere ripetitivo, questa situazione non può essere imputata agli altri: è un problema sistemico che si risolve solo con un enorme sforzo da parte di tutti, e soprattutto con la voglia di cambiare e di entrare finalmente nell’era digitale.

Ora per favore fate partire questa canzone, e ricordate che a distanza di anni questa è sempre la terra dei cachi. Che ci piaccia o no.

30 Comments

  1. In italia il grosso problema, oltre al mal governo tutto quello che gli ruota attorno, è la forma mentis di buona parte della popolazione. Tendiamo alla faciloneria che spesso scade in disattenzione e imperizia. Così se tu mi chiedi info lavorative e io per scrupolo di dico che devi fare qualcosa in 10 step e rischi di avere alcuni problemi 9 volte su 10 mi sento rispondere che magari qualcosa la si può saltare, che certo non si sarà così sfortunati da avere certi intoppi, che la faccio troppo lunga. Si tende a scegliere la via più breve sbandierando furbizia per poi piangere se si prende una capocciata contro il muro. Si sottovaluta l’importanza della competenza (tecnica, culturale, anche solo grammaticale) perchè tanto perchè ci si deve sbattere così tanto se lo stesso risultato lo puoi avere con meno fatica facendo tutto alla carlona? E sai la cosa peggiore? Il ragionamento funziona perchè di solito si ha a che fare con persone che la pensano allo stesso modo! Sul fronte dell’informatizzazione poi stendiamo un velo pietoso perchè le attività in cui si preferisce lavorare dati manualmente invece che informatizzare sono ancora davvero troppo e spesso non sono realtà “vecchie” dove potrebbe essere comprensibile ma son realtà attive dove si infettano anche i giovani con questa logica e che quindi mai impareranno certi altri modi di lavorare.

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    1. Sono d’accordo e temo si tratti non solo di una tradizione consolidata ma anche di un trend in via di peggioramento: ormai l’ignoranza è sbandierata come un pregio, come qualcosa di simpatico. Dai meme sui social alle conversazioni da bar sembra quasi che essere persone edotte sia una colpa. Personalmente una volta mi sono sentito dire da un antivax che il fatto di esprimermi in Italiano corretto faceva di me un arrogante, dunque una persona in malafede perché parte dei fantomatici “Loro”: “Loro ci tengono nascosta la verità, Loro hanno interessi che non conosciamo, Loro ci mentono sui dati e sulle statistiche, Loro hanno fatto l’Università e quindi hanno subito il vantaggio del cervello. Noi invece sì, che siamo liberi pensatori: mica abbiamo perso tempo a studiare”.
      Sul fatto che il ragionamento funzioni, direi sì e no: funziona finché stanno nel loro orticello di basilico e pomodori, appena si affacciano verso il mondo reale il castello di carte crolla. Non dico che altrove siano sempre e comunque meglio di noi in tutto, ma mediamente siamo impreparati ad avere dialoghi sulle dinamiche di un mondo che va troppo veloce per noi. Siamo impreparati e stiamo migliorando troppo lentamente, ne parlavo qui: https://arturocaissut.com/2017/08/14/italia-etalia-commento-edpr-2017/

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      1. Guarda, purtroppo anche lavorativamente parlando vedo troppo spesso che l’imperizia viene premiata o elogiata più di capacità ben più consolidate ma che come nell’esempio che hai fatto vengono viste come presuntuose. E’ vero queste cose decadono nel momento in cui ti confronti con realtà di più ampio respiro ma queste realtà in Italia sono tutt’ora mosche bianche sia perchè il nostro tessuto sociale è costituito da realtà lavorative medio piccole sia perchè anche in quest’ambito l’imprenditore (di qualsiasi settore) illuminato e che guarda anche all’estero come fonte di ispirazione e formazione è purtroppo una rarità.

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  2. Sarebbe interessante chiedersi come mai l’imperizia sia premiata: uno potrebbe pensare male e ipotizzare che per un responsabile che abbia paura di essere scalzato dal suo ruolo il fatto di premiare i cialtroni anziché quelli che potrebbero dimostrare di essere più bravi di lui/lei sia più “furbo” (torniamo sempre lì). O per semplice idiozia: affinità tra simili.

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  3. Propendo per la seconda…nel mio innato ottimismo (in realtà non pervenuto) mi viene da pensare che un responsabile abbia interesse ad avere un sottoposto che lavora bene perchè dovrebbe incrementare il risultato. Per contro se io sono abituata a pensare che tu che hai affinità con le è accentate del verbo essere e ancora peggio con le acca dell’avere sia un borioso presuntuoso che ti perdi in simili futilità, ovviamente premierà qualcuno più affine ai suoi standard. (sostituire l’incapacità grammaticale con qualsiasi altra nozione a piacimento).

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      1. Ma tu quanta curiosità vedi in giro? Al di la della tua cerchia di conoscenze quanti vedi che son curiosi di conoscere cose nuove, punti di vista differenti che possano ampliare i propri ragionamenti? O ancora più banalmente spiegazioni e definizioni? Sigh.

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      2. Ecco, appunto. Con una base simile che possibilità di cambiamento c’è? E come si può sperare che cambino i vertici? C’è una pigrizia intellettuale spaventosa in giro ancora più grave considerate le possibilità di reperire fonti che abbiamo oggi. Gli italiani hanno nomea di inventori ma la scintilla passata pare essersi spenta. Nell’articolo che hai linkato prima parli della Olivetti come una delle capostipiti dell’informatica. Lampo di genio del singolo lasciato andare alla deriva. Tempo fa in un libro (il ritorno del re) lessi la considerazione che le rivoluzioni socio politiche sono avvenute ad opera di singoli pensatori che hanno guidato il popolo e non fossero frutto di una coscienza sociale. Inizio a pensare che anche nell’inventiva sia un po’ così.

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      3. È interessante anche se ad occhio risale a più di cinque anni fa (credo fossimo ancora sotto un governo Berlusconi), a grandi linee l autore analizzando il panorama politico metteva in evidenza la propensione italica a stare al giogo e pure felicemente. Ma amnetto la memoria vacilla sui detragli.

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      4. Ci sono due alternative a questo punto: o siamo di fronte a una spirale discendente che andrà verso l’annientamento della nostra già disastrata cultura, oppure ci attende un rigurgito di dignità, la riscossa dei pochi ma buoni sui dinosauri parassitari che appestano il paese e lo trascinano a fondo.
        Io non sono particolarmente ottimista, dunque propendo per la prima ipotesi, però magari mi sbaglio.

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      5. L invecchiamento della popolazione e le scarse opportunità per i giovani non fanno ben sperare. Propendo anche io per la prima ma spero che in qualche modo le contaminazioni estere aiutino.

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      6. Bisogna essere realistici anche sulle contaminazioni però: la scolarizzazione di chi fa parte dei flussi migratori entranti in Italia è mediamente molto bassa, specie se comparata ai flussi verso altri paesi tipo gli USA in cui entrano persone mediamente preparate. Insomma, di grandi contaminazioni culturali progressiste e/o che abbiano dimostrato di essere benefiche a livello sistemico ne riceviamo pochine. Certo, c’è la grandissima opportunità dei tanti Stati che ci è consentito visitare avendo un passaporto tra i più “potenti” al Mondo: tra voli low cost e Erasmus vari ci sono possibilità per girare il mondo che un tempo non c’erano. E poi esiste Internet, che (se usato bene) è una fonte quasi inesauribile di stimoli culturali. Peccato solo che sempre secondo il rapporto commentato nel post che citavo prima noi Italiani in Rete primeggiamo solo nella fruizione di film, serie TV e musica: non che sia un male, diciamo che se la gente guardasse meno telefilm e più documentari sarebbe meglio.

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      7. In effetti mi sono espressa male. Pensavo più a contaminazioni in campo lavorativo. Con la globalizzazione capita che molte aziende si ritrovino ad avere a che fare con l estero e con standar non nostrani, magari qualcosa si impara. Idem per i ragazzi che si trovano a confrontarsi per ragioni di studio con quelli di altri stati. La speranza è che questo confronto serva loro a migliorare e che portino questi migliorameti nel quotidiano. Solo che se anche questo avverrà temo sarà un processo molto lento. Sull’uso del web forse è il caso di stendere un velo…Eco aveva dannatamente ragione. Internet è uno strumento di scambio potentissimo ma se non c è l’interesse e la curiosità di ampliare i propri orizzonti ci si ritriva solo a scambiarsi selfie e like. Abbastanza triste da vedere per me che lo associo alla mia scoperta di realtà diverse da quelle in cui son cresciuta.

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      8. Mi verrebbe un commento molto fine ed educato 😀 Se fossimo così avanti da poterci permettere l’isolamento avrebbero ragione almeno nei fatti, ma direi che siamo ben lontani da questa eventualità (poi è da vedere se nel mentre non mi toccherebbe far loro la correzione grammaticale del commento).

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