Di cosa parliamo quando parliamo di Heimat

“How come you have a lot of castles here?”
“We’ve fought a lot of wars.”

Questa conversazione, avvenuta non troppo tempo addietro a due passi da Trieste tra un ispano-americano dal nome balcanico e un balcanico dal senso dell’umorismo salace, mi torna in mente con prepotenza mentre attraverso un’apparentemente sterminata pianura tedesca costellata di vacche. Siedo sul sedile accanto a quello del guidatore, l’auto è naturalmente una solida e geometricamente severa vettura teutonica e il guidatore in questione è un personaggio talmente eccezionale da sembrare finto: un turco cresciuto in Germania da genitori macedoni, due occhi azzurrissimi incastonati in una testa tonda e talmente calva che è impossibile indovinare di che colore fossero i capelli ormai latitanti. Il fisico è massiccio: le mani sono enormi, la pancia tradisce una passione per la buona tavola, le spalle larghe sono quelle di un ex giocatore di pallamano. Nella tasca della giacca, ormai lo so bene, porta sempre un pacchetto di costose sigarette russe, che sono nere e dorate. Sembra un nemico di James Bond: non dell’ipertrofico 007 moderno che vive di esplosioni, bensì di quello scozzese e sornione dei tempi che furono. Sul sedile posteriore, stremato a causa di un volo da Dubai (preceduto da altri tre cambi di timezone negli ultimi dieci giorni) siede un collega americano recentemente conosciuto, più vecchio di entrambi: barba curata e grigia, occhiali dalla montatura discreta, sbadigli non eccessivamente sonori. Ha iniziato a lavorare nel nostro settore prima che io nascessi. Quanto al fenomenale guidatore, volendo darne alcune coordinate temporali dirò che si è sposato nel 1985: “Do you know what I was doing in 1985? -scherzerò di lì a poco– I was learning to walk“. Si è sposato a 22 anni con il suo amore di infanzia, che allora ne aveva 19: ripeto, sembra inventato da quanto è traboccante di aneddoti, eppure è sorprendentemente reale.

Le campagne attorno, che osservo con svogliata curiosità essendomi già più o meno familiari, mi ricordano una versione meno modesta del mio Friuli: le strade sono più larghe, i campi più vasti, le mucche fanno il passo dell’oca. No, questo no, ma ci siamo capiti: le dimensioni sono differenti ma il panorama è simile, la terra non è troppo dissimile. Perché tre persone diverse come noi stanno attraversando assieme questo mare d’erba di pieffemmiana memoria? Ti capitano strani compagni di viaggio quando lavori in un’azienda multinazionale, e questo è appunto un viaggio di lavoro. Stiamo andando a una fiera, il che significa che per i prossimi due o tre giorni dovrò essere elegante e sorridente, in un certo senso tentare di essere affascinante. Seduttivo, quasi: mi occupo di marketing, che contrariamente a quanto molte persone credono non è sinonimo di “sono un venditore” né di “truffo la gente per vivere”. L’essenza di quello che faccio, più per vocazione che per formazione, è capire cosa la gente si aspetti, capire che mancanza i consumatori abbiano e fare in modo di presentare loro una soluzione adeguata in modo accattivante. Ma sto divagando: siamo diretti a una fiera di settore, dicevo, località Aachen. Ci ho messo un po’ a capire che Aachen sarebbe poi Aquisgrana, un nome che fa suonare qualche campanello della memoria a chiunque abbia studiato le gesta di Carlo Magno in gioventù, vale a dire tutti in Europa e forse quasi nessuno negli Stati Uniti: solo ora, scrivendo queste parole, mi rendo conto di non aver indagato a riguardo. Mentirei se dicessi che è un peccato: non mi interessa.

Perché un viaggio in auto come questo, ordinario per quanto mi riguarda, mi fa tornare alla mente il breve scambio di battute riportato poco sopra? Semplicemente perché quando si ha a che fare con un collega o un amico o un conoscente o un nemico o un simpatizzante o un compagno di viaggio in generale che sia originario degli Stati Uniti d’America (anzi, che sia stato cresciuto ed educato negli Stati Uniti d’America) dialoghi del genere sono quasi inevitabili. Anche ora, durante questo tragitto dall’areoporto di Düsseldorf alla città in cui si sancirono i numerosi trattati che ho appena riscoperto su Wikipedia per amor d’erudizione, spuntano come funghi. Continueranno a spuntare anche nei giorni seguenti, con spigolature da Settimana Enigmistica, se la Settimana Enigmistica fosse più autoreferenziale di un buon 80%:
“Nel paese in cui sono cresciuto ci sono tre chiese per dodicimila abitanti: in una di queste c’è l’organo a canne più grande del mondo.”
“Una cittadina della mia Regione è il punto di confine tra Italia, Austria e Slovenia.”
“No, io non parlo Sloveno, ma in una città poco distante da casa mia c’era un piccolo equivalente del muro di Berlino: ancora oggi mezza città è Italia e mezza è Slovenia.”
“I miei genitori emigrarono dalla Macedonia in Turchia perché sono musulmani e la Macedonia all’epoca era parte di un regime comunista, la religione era un problema.”

Naturalmente la mia preferita:
Se attraversi l’Italia da Nord a Sud, puoi letteralmente prendere qualsiasi uscita dell’autostrada a caso e trovare nel raggio di 20km qualcosa che valga la pena guardare, mangiare o bere, e che non conoscevi.
Lo ripeto spesso e generalmente lo dico parlando dell’Italia, ma penso sia valido più o meno per tutta l’Europa, questo è il punto del lungo e strambo insieme di parole qui presente e questo è il bello di attraversare il nostro meraviglioso, antico, decadente, sfaccettato continente. Disse una volta Tennessee Williams che “America has only three cities: New York, San Francisco, and New Orleans. Everywhere else is Cleveland“: un giorno parlerò forse di New Orleans, città che amo, ma dalla mia limitata esperienza negli USA penso che il baffuto drammaturgo avesse colto il punto della questione. Gli Stati Uniti sono -appunto- uniti, mentre noi siamo stati innumerevoli volte divisi, uniti, divisi ancora, nuovamente uniti. Confini sono stati modellati a forza di mitragliate, di bombe, di falangi, altri sono stati decisi in pompose sale da tè. La bellezza degli Stati Uniti, la diversità che si può trovare attraversandoli, è essenzialmente dovuta al patrimonio naturale o al sensazionalismo: bello vedere un alto palazzo di vetro ma c’è poco da fare, l’architettura è di base ripetitiva, la cultura è più o meno uniforme. La lingua è standard: è sempre Inglese o Spagnolo. Guida per dieci ore in Europa fermandoti a fare il pieno di tanto in tanto, e conta quante lingue e dialetti sentirai parlare dai benzinai. Conta quanti castelli, chiese, monumenti, trincee. Conta quanti mari abbiamo, apri un libro di storia e prova a calcolare quante navi da guerra li hanno attraversati. Quanti cadaveri ci hanno galleggiato. Prova a calcolare quante statue greche e romane riposano in fondo al Mediterraneo, quanti eroi e semidei lo hanno solcato, prova a immaginare cosa voglia dire sentirsi dire che da domani il tuo cognome cambierà perché deve suonare meno minoritario. Prova a trovarti dalla parte sbagliata alla fine di una guerra.

Pensa a noi tre, persone così differenti unite da uno dei legami più effimeri, quello lavorativo, stipati in quel guscio metallico mentre attraversiamo l’Europa, su una strada quasi uguale a quelle della mia infanzia ma allo stesso tempo totalmente diversa e unica. Pensa alla fortuna di sapere quanto uguale e quanto diversa quella strada sia dalla mia. Pensa a quante religioni sono nate e morte dalla notte dei tempi in queste terre, pensa ai lupi, ai grifoni, agli orsi che durante la guerra che frantumò la Yugoslavia si rifugiarono sul Carso, ai sedicenni al fronte nel 1918, agli Imperi, allo Schiaffo di Anagni, a Roma Caput Mundi. Pensa poi che per ogni storia avvenuta nelle grandi città ce ne sono altre mille non scritte che si sono svolte in paesini come il nostro: pensa all’autobiografia che potresti scrivere e a come questa sia in qualche modo intrecciata a quella di generali, dittatori, mugnai, inquisitori, centurioni, schiavi, muratori, scemi del villaggio, fiorai, baristi, poliziotti, poeti. Siamo essenzialmente provinciali, tutti noi, ma non è proprio questo il bello di vivere in Europa? Non è questo il bello di viaggiare in Europa?
Sono piuttosto bravo in Geografia: so indicarti sulla cartina tutte le principali città italiane tipo Venezia, Roma, Firenze. Conosco molto bene la Spagna, so indicarti le principali città tedesche, ovviamente in Francia so trovare Parigi, Lione. Però questo Friuli non lo avevo mai sentito nominare.
L’Europa unita dei banchieri starà anche fallendo, ma quanto è bella quella eternamente divisa di noi gente comune.

Ora per favore fate partire questa canzone, e allontanatevi lentamente in auto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...