Giappone 2016: Hara o Waru

Atterro in Giappone in un caldo mattino di Maggio e subito tutto è di un’efficienza impressionante. Questo è un luogo comune.

Le forze dell’ordine giapponesi che accolgono i viaggiatori per ispezionare passaporti e documenti vari sono cortesi ma ferme, la gente sta tutta in una fila ordinata, l’ordine è contagioso. Questo è un luogo comune.

Per i restanti quattordici giorni mangio raffinati piatti a base di pesce, di carne, di riso, di soia. Le porzioni sono praticamente sempre perfette. Questo è un luogo comune.

Come si fa a parlare del Giappone senza scadere nei luoghi comuni? Si può fare. Si può fare pur menzionando come Kyoto abbia circa duemila edifici religiosi tra tempi e santuari vari, o pur dicendo chiaro e tondo che mangiare sushi al mercato del pesce di Tsukiji rende immediatamente superflua se non dannosa ogni visita futura a un qualsiasi ristorante kaiten gestito da cinesi in incognito qui in Italia. Si può evitare di scadere nei luoghi comuni addirittura dicendo che sì, sono davvero così puntuali i treni, e che sì, i cessi sono davvero fantascientifici. Per evitarli, questi numerosi luoghi comuni, occorre avventurarsi in quelle che sono le sensazioni e le suggestioni, per definizione private e uniche. I giapponesi hanno un termine, hara, che è familiare ai praticanti di arti marziali e ai frequentatori di religioni orientali: si tratta della pancia in senso più emotivo che fisico, si tratta del posto dove si sentono a volte le farfalle o dove si avverte nei momenti cruciali in maniera inconsapevole che qualcosa è nell’aria. Penso che la strada per evitare i luoghi comuni passi per l’hara, percorrendo le strade dell’hara fino a perdersi si arriva forse a trovare qualche buona parola che valga la pena di condividere: ecco allora che se ripenso a queste due settimane fatte di visite notturne ai conbini per comprare cibo a caso senza nemmeno provare a leggere l’etichetta, fatte di monete da cento yen, di viaggi in metropolitana e camminate lunghissime senza una meta precisa, se ci ripenso e lo faccio usando meno la testa e più la pancia, scopro alcune verità. Ecco le prime che mi vengono in mente in ordine sparso, per lo meno quelle che si possono raccontare. Per le altre, il consiglio è di andare e trovarvi le vostre.

  1. Gundam è il sindaco di Tokyo. Anzi, Gundam è il sindaco del Giappone. Il Giappone è realmente il paradiso dell’eterno bambino che c’è in noi, a Shinjuku mi è capitato di camminare lungo un vicolo e sentire la colonna sonora di Hokuto no Ken suonata da altoparlanti installati in strada. Hokuto è presente sebbene in maniera quasi carbonara: un barista di Kabukicho mi ha voluto fare una foto con indosso la mia nuova maglietta di Raoul (miglior souvenir di sempre), la hostess di terra che a fine viaggio mi ha consegnato senza pietà le carte d’imbarco per tornare a casa mi ha fatto i complimenti per la stessa maglietta. Non è oramai la serie che va per la maggiore ma i veri intenditori continuano in segreto a sognare il 199X. Gundam, dicevo, è invece dappertutto: ovunque si trovano modellini Gunpla in vendita o in esposizione, videogiochi di Gundam, per non parlare della clamorosa statua in scala 1:1 del mobile suite stesso in tutta la sua gloria, non a caso collocata ora di fronte all’ingresso di un massiccio centro commerciale. I giapponesi adorano Gundam, e come dare loro torto?
  2. Fare un passo falso culturale in Giappone è inevitabile ma apprezzeranno i nostri goffi tentativi di non farne: a me è capitato uno dei peggiori momenti di imbarazzo nella vita quando mi è caduto del succo di mela sulla metro. Se avessi pisciato sulla tomba di un bambino avrei ricevuto meno sguardi di silenziosa disapprovazione. Tutti hanno però in sostanza sorvolato, così come probabilmente hanno sorvolato su molte altre mie pecche. Questo è forse sintomo di un malcelato senso di superiorità, o forse di bonaria comprensione: non lo saprò mai.
  3. In un posto esotico noi siamo a nostra volta esotici. Mi è capitato più di una volta di incontrare persone che volessero farsi delle foto con me, che avessero domande tipo “Come fai a essere così grande?”, che volessero parlare con me in Inglese per esercitarsi. Il fascino del gaijin. Quanto poi questo fascino si traduca in reale possibilità di integrazione non saprei, non sta a me dirlo.
  4. Se sparissi per sei mesi in mare in seguito a un naufragio e ricomparissi improvvisamente davanti a mia madre, non otterrei un benvenuto caloroso come quello dato da un qualsiasi ristoratore giapponese a ogni cliente: entri in un locale e sembra che tu abbia salvato la città. La cosa assume contorni imbarazzanti nel momento in cui non sai come (e se) rispondere alle loro profusioni.
  5. Gli Akita sono davvero i cani più belli del mondo, con buona pace di razze forse più mainstream. La statua di Hachiko a Shibuya non è di suo uno spettacolo, è in realtà piuttosto anonima ed è anche piazzata in una posizione infelice: il vero spettacolo consiste nel flusso costante di persone che vogliono farsi fare una foto assieme a quella statua. Questo penso derivi dalla tendenza dei giorni nostri a portare a casa non ricordi di quanto belle siano le cose che abbiamo visto, bensì di quanto belli siamo noi accanto a quelle cose.

Cosa mi resterà di questo viaggio? Un’ondata di cose, alcune delle quali devo ancora capirle bene. Mi rimarrà impresso nelle narici l’odore di zolfo di Owakudani e delle sue uova nere, e non dimenticherò l’alba di fronte a un stazione della metro tra vagabondi ubriachi e pendolari stanchi. Le scimmie dell’Arashiyama che proteggono i piccoli dal vento, noccioline che sono in realtà fagioli tostati, la pellicola di plastica geniale che separa gli onigiri dalla loro alga. Non sarà facile mettere a riposo l’automatismo di porgere e ricevere merce e denaro con entrambe le mani in tutti i negozi, dai più umili ai più blasonati, né sarà semplice abituarmi all’incapacità cronica di rispettare una fila degli Italiani, che già durante il viaggio di ritorno mi indispettiva. Mi mancherà l’incomprensibile TV giapponese, che meriterebbe un giorno un capitolo a parte nella mia autobiografia, e non potrò mai scindere nella mia memoria la città di Kyoto, antica capitale, da una pioggia battente e da giganteschi corvi arroganti: mi hanno dato il benvenuto loro quando, scendendo dal mio primo night-bus, mi guardavo attorno in cerca di un caffè. Un caffè che a pensarci bene non è stato affatto necessario. Il mugicha, tè all’orzo ghiacciato, le strane bevande dei distributori automatici e i distributori automatici stessi, mai assenti neanche a volersene liberare. Le sterminate e chiassose sale di pachinko contrapposte al mare gelido e alla sabbia nera di una spiaggia, poco lontano da Yugawara, dove surfisti e malinconiche donne dagli occhiali scuri scrutavano le onde. Il Museo d’Arte Ghibli, perla di incomunicabile malinconia, il padiglione d’oro dalla bellezza insostenibile, esposizioni di katana vecchie centinaia di anni, banchetti carichi di polpi con un uovo di quaglia in testa, taiyaki e melonpan. Addentare un melonpan è come mordere lievemente la soffice natica di una dea dell’amore. Gli autobus e lo Shinkansen, i vecchi in bicicletta, i mastodontici lottatori di sumo: tutto questo è indissolubile in me, assieme alla capsula in cui ho dormito per poter dire di aver provato tutto, in Giappone, all’illusione che il poco che ho provato sia una frazione significativa di quell’Universo misterioso. I tanti che come me ci si trovavano, per una ragione o per l’altra. Scommetto che vale per tutti ma solo con le storie che mi hanno raccontato in ostelli e bar e ristoranti potrei scrivere un libro di memorie non mie: il giovane Ryo che cerca lavoro a Tokyo venendo dalla campagna, l’Inglese Mark che ha abbandonato la moglie per un altro uomo e da allora ha ricominciato a volerle bene, Vince e Antonio che non smettono mai di mangiare e bere, Alina da Okinawa e il professor Taka, e ancora israeliani e gallesi e gruppi metal dalla Svezia e gente che ha mangiato carne di cane in Vietnam e ora inizia pian piano a pentirsene, vegetariane che odiano le verdure. Il cinema un martedì sera a Kyoto, un film casuale in una lingua quasi del tutto incomprensibile, la cassiera confusa di sentirsi chiedere i biglietti. Ordinare ramen alle due del mattino, studiare una cartina di Akihabara masticando mochi, camminare e camminare e perdersi nonostante Google Maps. Perdersi per le strade del Giappone, tornare a casa e realizzare di non poterlo più fare senza essere assaliti dai ricordi.

Che itinerario ho seguto? Non importa. Ci tornerò? Non si sa. Ritroverò mai le stesse persone, strade, carpe koi? No di certo. Ne troverò altre, e nuovamente tornerò a casa triste di dover tornare ma sapendo che un posto del genere è bello proprio perché è distante. O forse è solo una consolazione che mi devo concedere, questa. Forse, come mi ha scritto una delle persone che ho conosciuto nel mio viaggio usando un Inglese incerto:

Your heart is Japanese.

You can’t forget Japan you live to anywhere.

Don’t sad.

Japan have your space anytime.

That don’t forget.

No, don’t sad. Tolgo le ultime cose dalla valigia mentre già ne devo preparare un’altra. Forse viaggiando abbastanza da qualche parte arriverò.

Ora per favore fate partire questa canzone, e allontanatevi lentamente con uno zaino in spalla.

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