Cause it does(n’t) remind me of anything

La generazione cui appartengo, se non videodipendente come le successive, fu sicuramente traviata dall’animazione, in gran parte da quella giapponese: dalla breccia aperta dai vari Goldrake e Mazinga Z del maestro Go Nagai, fecero irruzione nel nostro immaginario molteplici incarnazioni di quelle fantasie d’Oriente, a loro volta figlie di tradizioni ben più antiche e mai dimenticate: la penna del mangaka è figlia della leggendaria spada Kusanagi, ovvero di quella mitologia shintoista spesso inscindibile dalla antica realtà giapponese in cui affondano le radici delle arti marziali.

Questo scrivevo nel lontano (?) inverno del 2007, preparando la tesina per il conseguimento del mio Shodan di Karate. Il paragrafo riportato, parte di quello che senza falsa modestia definisco un piccolo capolavoro di ingenuo sentimentalismo, serviva da antefatto che spiegasse come e perché tanti miei coetanei fossero in passato e siano ancora adesso attratti in maniera abbastanza viscerale dal mondo delle arti marziali: dopo quasi dieci anni di distanza, trovo appropriato ripescare quelle parole ed estendere il concetto (o forse snaturarlo) usandolo come motivazione per l’interesse che nutrivamo per il mitico Giappone, terra di robot giganti e ninja e demoni con la coda di volpe e mutandine usate e wrestling e onigiri e molto, molto altro ancora. Una visione eccessivamente deviata dalla pop culture, e peggio ancora dalla pop culture anni ’80 e ’90? Forse: non dimenticate -o per favore apprendiate ora- che l’amore per la sineddoche mi è proprio. Non mi illudo che il paese che mi accingo a visitare per la prima volta a partire domani sia soltanto questo, non sono purtroppo un idiota, o quantomeno non del tutto. Di recente è stato pubblicato un bel libro che ho infilato proprio ora nel bagaglio a mano: a scriverlo è stato il mitico Alessandro DocManhattan Apreda, il titolo è “Tokyo: la Guida Nerd” ed è zeppo di dritte per chi come me conosce bene l’importanza della cultura antichissima in cui mi andrò a inzuppare, ma non vuole negare al proprio bambino interiore una sguazzata nelle acque forse meno nobili ma sicuramente più cartoonesche di quelle isole, in quelle più folkloristiche se ammettiamo che il folklore non sia un’entità legata all’arcaismo, bensì possa crescere con il mutare delle generazioni. Il viaggio che farò e che cercherò di documentare qui e qui su Instagram mi ricorderà e non mi ricorderà diecimila cose differenti: (non) mi ricorderà pomeriggi passati sul divano a vedere gente con la cresta esplodere per aver sfidato il Re di Hokuto, (non) mi ricorderà le ore sul tatami con i miei compagni a prendere per buone parole pronunciate male in una lingua a noi aliena, (non) mi ricorderà decine di ristoranti “giapponesi” gestiti da cinesi in incognito qui in Italia, (non) mi ricorderà tante cose, persone, animali, film, canzoni, paesaggi, robot.

Domani parto da Venezia attorno a mezzogiorno: scalo a Roma (incrociando le dita), quindi dritto a Tokyo. Il mio viaggio durerà 14 giorni, ho preparato il mio zainone avventuroso, il mio zainetto moderatamente avventuroso, assicurazione di viaggio, contanti, mutande, vestiti, scarpe, altre scarpe, qualche medicinale che non userò, spazzolino, carta di credito, playlist di viaggio, molte altre cose. Chiaramente il passaporto.

Alla fine per viaggiare basterebbero quattro cose: scarpe comode, soldi, documenti, voglia di capire cosa diavolo ci sia dall’altra parte del globo.  E oltre. E oltre. E oltre ancora, sempre più in là. E magari un paio di mutande di ricambio, via.

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